Ricordo con grande piacere le mie prime interviste ad alpinisti famosi, realizzate all’inizio degli anni Ottanta. Un elenco che comprende Walter Bonatti, Reinhold Messner, John Hunt, Riccardo Cassin, Fritz Wiessner e altri personaggi mitici. Quella con Gino Soldà è stata realizzata a casa sua a Recoaro Terme nel novembre del 1982, e pubblicata qualche mese dopo su Momenti di alpinismo, numero monografico della Rivista della Montagna.
Gino, classe 1907, al momento del nostro incontro non era più giovane, ma ancora scattante e in piena forma. Lo avevo sentito per telefono, quando mi sono presentato a casa sua mi ha accolto cordialmente e mi ha fatto accomodare in salotto. Poi si è seduto, lasciando la porta d’ingresso aperta. Gli ho chiesto se stava aspettando qualcuno, e lui ha risposto “certo, aspetto suo padre per l’intervista!”. Sembrava impossibile, a un uomo della sua generazione, che a scrivere dell’alpinismo di Gino Soldà potesse essere un giornalista e scrittore ventottenne.
Soldà se n’è andato nel 1989, sette anni dopo la nostra chiacchierata. La sua figura, già mitica quando era in vita, da allora è diventata onnipresente tra Recoaro e le Piccole Dolomiti. Ogni volta che sono tornato lassù me la sono trovata davanti. Nel 2010, durante un réportage per Meridiani Montagne, Manlio Soldà mi ha permesso di curiosare nell’archivio del padre. Una immagine del 1934, con Gino e Giusto Gervasutti che sorridono davanti al Gran Sasso innevato, mi ha detto che l’alpinista di Recoaro aveva fatto il maestro di sci a Campo Imperatore, ed è entrata nella mia Storia dell’alpinismo in Abruzzo.
All’inizio del 2023, grazie a sua nipote Michela, ho potuto leggere una parte delle lunghe lettere che Gino ha spedito alla moglie Lena dal K2, e che formano un vero e proprio diario. Oggi a Campogrosso, davanti al rifugio, ricorda l’alpinista e partigiano Gino Soldà un centro culturale. Alle spalle della costruzione, parlano di lui le fessure, gli strapiombi e le placche della Sisilla, del Dito di Dio e del Baffelan.
Rifugio Contrin, agosto del 1936. La grande parete della Marmolada allinea il suo arsenale di pilastri e di placche, incisi in alto da canali repulsivi. E’ una muraglia impressionante, per decenni è stata il simbolo dell’impossibile sulle Dolomiti. Questo però è il momento della conquista.
Sette anni prima, Luigi Micheluzzi e compagni hanno superato il pilastro Sud della Marmolada di Penìa. Ora i riflettori sono puntati sulla parete Sud-ovest, un problema all’attenzione delle più forti cordate d’Europa. Un problema che Gino Soldà e Umberto Conforto risolvono, al primo tentativo e in bello stile, dal 28 al 31 agosto.
Il primo giorno attaccano, raggiungono la grande cengia, scendono a dormire al rifugio. Tornano in parete l’indomani, e stavolta vanno a fondo. Escono in vetta il 31, alle sei di sera, dopo aver superato lunghi tratti di estrema difficoltà, e un’ultima, estenuante lotta nel canale sommitale intasato di ghiaccio. Con questa salita, scriverà Reinhold Messner, “Soldà supera di mezzo grado quello che Solleder ha fatto portando la scuola dei Kaisergebirge sulle Dolomiti”.
La nuova via sulla Marmolada impone il nome di Gino Soldà all’attenzione del mondo alpinistico europeo. Oltre alla notorietà gli porta la medaglia al valore sportivo, con stretta di mano da parte di Benito Mussolini. Un premio che non impedirà a Soldà, qualche anno dopo, di diventare un comandante partigiano.
La via sulla Sud della Marmolada, probabilmente, non è la più dura tracciata dall’alpinista di Recoaro. Secondo Messner, l’exploit sulla gigantesca parete Nord del Sassolungo, vinta con Franco Bertoldi tre giorni prima della Marmolada, è più difficile. Se non per i passaggi per l’ambiente repulsivo, per le difficoltà di ritirata, per i problemi di orientamento.
A sentire Gino Soldà, due sue vie sono più difficili ancora. La prima è il diedro Ovest del Gran Campanile del Sassolungo, o Punta Wessely. La seconda è sul Dito di Dio, nelle Piccole Dolomiti vicentine, le montagne di casa di Soldà. Sesto superiore o settimo grado? La questione, in questi casi, è di dettaglio.
Recoaro, dicembre del 1982. L’incontro con Gino Soldà è una raffica di sorprese. La cordialità, innanzitutto. Poi la vitalità stupefacente di quest’uomo, nato qui a Recoaro nel 1907, alpinista dal 1923 e guida dal 1928, tuttora in attività sulla roccia e sugli sci.
Per presentare un alpinista, però, occorre una lista di salite. E quella di Soldà è straordinaria. Della Marmolada, del Sassolungo, del Campanile Wessely abbiamo detto. Aggiungiamo la parete Sud-ovest dell’Ortles (l’unica in stile occidentale), la parete Nord-est del Dente del Sassolungo, la grande fessura della parete Sud del Ciavazes. E lo spigolo della Torre di Babele, in Civetta.
A queste vanno aggiunte decine di vie nuove (alcune di estrema difficoltà) sulle Piccole Dolomiti, e centinaia di ripetizioni di vie classiche ed estreme in tutti i “Monti Pallidi”.
Tra queste la seconda ripetizione della Cassin alla Cima Ovest di Lavaredo, che Soldà aveva dovuto rinunciare a tentare due anni prima con Raffaele Carlesso a causa di un infortunio. Tra gli alpinisti italiani di punta degli anni Trenta, secondo Messner, Gino Soldà è certamente il primo “per la forza fisica, l’equilibrio, l’esperienza, l’istinto”.
Giudizi analoghi, su Soldà, sono stati espressi da Georges Livanos, Lothar Brandler, Cesare Maestri ed Hermann Buhl. Gaston Rébuffat, dopo averlo visto scalare, scrive così. “Non si aggrappa alla roccia ma la sfiora, la tocca appena con le punta delle dita, con la punta dei piedi. Senza esitazioni ma senza scatti, sembra che egli non salga, tanto i suoi movimenti non mostrano sforzo alcuno. Superiorità del suo stile!”.
Nel 1954 Gino Soldà è con la spedizione italiana al K2, e a 47 anni compiuti è il più anziano del gruppo. Nel 1960, a 53 anni, è protagonista del film Direttissima di Lothar Brandler, che vincerà il Gran Premio al Festival di Trento. Insieme a Brandler e ad Albin Scheffler, Soldà supera nel film, con stile perfetto, i grandi strapiombi di Lavaredo. E ad arrampicare continua, come a insegnare lo sci, anche al momento di questa chiacchierata.
Recoaro, cioè le Piccole Dolomiti. E’ arrivato prima l’alpinismo o Gino Soldà?
L’alpinismo, ovviamente! Però le vie erano poche, aperte da gente di fuori, a Recoaro ne sapevamo poco o nulla. La più difficile era lo spigolo del Baffelan, salito da Antonio Berti nel 1908. Poi c’era qualche via sulle guglie minori. Ma sono cose che ho saputo più tardi.
Dopo aver iniziato?
Certo! All’inizio avevo solo entusiasmo, un entusiasmo enorme. Era il 1923, avevo 16 anni. Lavoravo per un amico, ex-capitano degli alpini, che gestiva l’albergo di Pian delle Fugazze. Vedevo tanta roccia, e ho provato. Quasi subito mi sono messo in un guaio, su un pendio verticale più di erba che di roccia, non sapevo che fare. Però sono riuscito a scendere, ho capito che ero capace di controllarmi. E’ stato molto importante.
Poi dall’erba è passato alla roccia.
Sì, nella stessa estate. Con l’amico capitano sono andato a fare il Frate, una bella guglia. E’ finito fuori via, sotto a uno strapiombo, non riusciva a passare. Allora ho provato io, un po’ più a destra, e sono passato. Da quella volta ho arrampicato sempre da primo. Qualche giorno abbiamo fatto il Baffelan, con una corda di quattro metri.
E poi è andato sulle vere Dolomiti
No, no, quelle sono venute più tardi. Sulle Piccole Dolomiti ho fatto in tempo a fare la mia salita più pericolosa e il mio passaggio più duro. La prima proprio all’inizio, durante una solitaria invernale. Si dice così oggi, no?
Certo, ma racconti…
Era il 17 gennaio 1924, la festa di Sant’Antonio Abate, il patrono. Volevo fare lo spigolo del Baffelan, ma non ho trovato un compagno. Prima mille metri di dislivello a battere pista nella neve, e badi che avevo i calzoni corti. Il canale di attacco era tutto di ghiaccio, da far paura, e io lì a tagliare gradini con un martello da falegname. In alto le condizioni erano un po’ migliori. Sono arrivato in cima, e a Recoaro sono diventato famoso. Ma è stata la salita più pericolosa della mia vita.
Ma a lei andare da solo piaceva. Oppure no?
Non molto, ma in quegli anni ero costretto. O andavo da solo o non andavo per niente. Come per il Sengio della Sisilla, una parete rossa, strapiombante o verticale, solcata da due fessure, che ho salito nel 1925. L’aveva vista il capitano, ma aveva paura ad andarci. Così sono andato da solo…
Solo e senza materiale?
Solo certamente. Come materiale avevo due chiodi, che erano due sostegni della grondaia dell’albergo che avevo staccato di nascosto. Sono uscito dalla finestra alle 4 del mattino, non volevo che si sapesse. Sono arrivato all’attacco, ho fatto la salita, sotto a uno strapiombo sono perfino riuscito a piantare uno dei due chiodi. Alle 9.30 ero regolarmente al lavoro. Non l’ho detto a nessuno, ma poi si è saputo. Anche oggi è una via di V grado.
Resta da dire del passaggio più duro.
Quello è sul Dito di Dio, una piccola guglia che strapiomba da tutti i lati. Era il 1930 o il 1931, poco sotto la vetta c’è uno strapiombo durissimo. La prima volta sono volato, ero legato a una sola corda, si sono rotti due trefoli su tre. Al secondo tentativo avevo una corda di manilla e una di canapa, sono volato di nuovo e la corda di manilla si è spezzata, l’altra per fortuna ha tenuto. La terza volta sono passato, ma un passaggio così duro…
Più duro della Marmolada?
Più duro della Marmolada, e per queste cose ho buona memoria. Erano gli stessi anni.
Poi ha dovuto smettere di arrampicare. Perché?
Sono dovuto andare a lavorare in fabbrica a Vercelli, e di montagne nemmeno a parlarne. Avevo un bisogno di muovermi pazzesco, andavo la sera a correre ai giardini e la gente mi dava del matto. Due volte mi hanno fermato i carabinieri. Erano altri tempi.
Però qualche anno dopo lei è diventato guida alpina.
Era il 1928, quella è stata un’estate importante. Ho salito il pilastro Nord-est del Baffelàn con Franco Bertoldi e mio fratello Aldo. Poi ho preso il brevetto da guida, e ho iniziato a girare per le Dolomiti con i miei clienti. Nel 1929 sono stato un mese in Brenta, poi sono andato in Lavaredo.
Gli altri alpinisti forti di quegli anni li ha conosciuti così?
Non tutti! Raffaele Carlesso, Bortolo Sandri e Mario Menti li ho conosciuti qui, lavoravano alla Marzotto di Valdagno e venivano sulle Piccole Dolomiti a ripetere le mie vie. Mi è sempre piaciuto portare anche gli alpinisti di fuori, quelli famosi, ad arrampicare qui. Sa, è una cosa un po’ speciale…
Perché ride, Soldà?
Beh, la roccia delle Piccole Dolomiti non è proprio pessima, però qualcosa ti può restare in mano dappertutto. Poi c’è l’erba, e se non sei abituato ti spaventi. Un alpinista di città può passare su qualunque strapiombo, ma certe cose tocca averle fatte da bambino.
Oltre a Carlesso, chi conosceva degli altri grandissimi di quegli anni?
Riccardo Cassin l’ho incontrato in Civetta, con Vittorio Ratti ho anche fatto amicizia.
Non eravate in competizione?
L’unico a cui ho soffiato una via sotto al naso è stato Emilio Comici, sulla Marmolada. Sono arrivato al rifugio un giorno dopo aver fatto la Nord del Sassolungo, volevo studiare la parete e attaccare dopo un giorno di riposo. Invece la sera ho visto Comici entrare nel rifugio, e la mattina dopo siamo filati all’attacco. Ero in forma, e ad aprire quella via ci tenevo.
Chi era il più forte, in quegli anni?
E’ difficile dire, abbiamo fatto tutti delle salite importanti. Rispetto a Comici e a Cassin io arrampicavo di più in libera. Ce ne voleva prima di farmi piantare un chiodo, lo mettevo solo quando pensavo “qui rischio davvero”. Se vedevo un alpinista forte passare in artificiale dove si poteva salire in libera mi veniva da piangere per lui. E quando ero poco allenato, e mi toccava chiodare troppo, mi prendeva una gran rabbia.
Ma allora l’agonismo esisteva…
Macché agonismo, era voglia di far bene! L’agonismo con la montagna non c’entra, è un’altra cosa
Lei si allenava o no?
Certo che mi allenavo, ma non era una cosa scientifica. Di mani e di braccia, per esempio, non sono mai stato allenato come prima di sposarmi. Andavo a trovare la fidanzata, e poi arrampicavo su un vecchio muro lì vicino. Tra roccia e sci ero sempre in movimento.
I tedeschi degli anni Trenta li conosceva? Erano dei pazzi nazisti o erano alpinisti come gli altri?
Loro avevano Hitler ma non avevamo Mussolini. La medaglia al valore sportivo l’ho avuta anch’io, a Roma, con stretta di mano del Duce, ma contava quel che contava. Piuttosto i tedeschi sono sempre tedeschi, e sa come sono fatti. Uno mi ha anche spiegato che “arrampicare è come andare in guerra, vai all’assalto e poi o la va o la spacca”. Ed era già nel dopoguerra.
Non ha avuto amici, tra i tedeschi?
Certo, e il primo è stato Erich Waschak. L’ho incontrato in Lavaredo, aveva appena fatto la quarta salita della parete Nord dell’Eiger, la prima senza bivacco. Ci hanno presentato, avevo un cliente che mi aspettava, ma prima siamo andati sullo Spigolo Giallo. Ci abbiamo messo un’ora e un quarto. Ho fatto amicizia con Lothar Brandler e Albin Scheffler nel 1960, quando abbiamo girato insieme Direttissima.
C’è una salita che avrebbe voluto fare, in quegli anni?
Una sola ma importante, la Nord dell’Eiger. Nel 1935 mi stavo preparando, sono caduto da una paretina vicino a Recoaro, mi sono rotto un polso e mi è pure andata bene. Carlesso ha deciso di andare con Sandri, è caduto in palestra e si è rotto un braccio. Quando il destino dice no, non c’è niente da fare. Nel 1937 il CAI di Vicenza ci avrebbe pagato il viaggio, sono andato in Civetta a recuperare del materiale, al ritorno ho scoperto che l’offerta era stata ritirata. Dopo i morti dell’anno precedente hanno avuto paura e ci hanno bloccato.
Menti e Sandri, però, sono andati lo stesso…
Sì, gli ha pagato il viaggio Marzotto, lavoravano in fabbrica da lui. Hanno provato la via più dura, la diretta. Ed è finita male.
Ma tecnicamente erano all’altezza? Qualcuno, dopo la tragedia, li ha descritti come due incompetenti.
Diamine, sì che erano all’altezza! Dove sono passati, sono andati su come razzi. Ma avevano poco materiale, non sapevano il tedesco, non hanno capito le previsioni del tempo e c’era una perturbazione in arrivo. Se avessero traversato invece di andar dritti se la sarebbero cavata, la parete era loro. Invece sono morti lì, e mi è toccato andare a recuperare le salme. Le guide svizzere non volevano.
Lei su ghiaccio sapeva andare?
Sì, è un po’ come sull’erba, è tutta una questione d’istinto. Però non ho fatto molto, e le cose più belle le ho fatte in cordata con clienti.
Sta parlando dell’Ortles?
Sì. Ero allo Stelvio con Giuseppe Pirovano, ci allenavamo per le Olimpiadi invernali, e all’improvviso è arrivato il bel tempo. Pensavamo di tentare la parete Sud-ovest dell’Ortles insieme, poi Pirovano salta su che aveva due clienti giusti, marito e moglie, e che qualche lira in più non ci avrebbe fatto male. Insomma, siamo scesi a Merano a comprare un po’ di materiale e di cibo, e poi abbiamo attaccato. Non ho comprato gli scarponi, però, costavano troppo. Sono andato con le scarpe da fondo, con legati sopra i ramponi.
Era difficile?
All’inizio no, un lungo canale pieno di neve fresca. Poi c’erano dei passaggi più duri, tra i quali un salto di roccia difficile. Vado a vedere, scendo dagli altri, e un attimo dopo viene giù una scarica grossa come un vagone. Abbiamo evitato il tratto pericoloso, e abbiamo completato la via.
A lei fare la guida piaceva?
Certo, e potevo scegliermi i clienti. Tutti volevano venire con me, e agli scocciatori potevo dire di no. Però a volte mi sentivo un forzato…
Un forzato? In che senso?
Beh, soprattutto in Lavaredo. Facevo tre salite al giorno, con tre clienti diversi, tra l’una e l’altra veniva su qualcuno dal rifugio a portarmi qualcosa da mangiare. Però potevo dire di no, se lo facevo vuol dire che mi piaceva. Con alcuni di quei clienti sono ancora in contatto.
E poi il forzato di Lavaredo è andato al K2.
Sa che all’inizio non mi volevano? Avevo quarantasette anni, dicevano che erano troppi, che bisognava averne tra i ventotto e i trentotto. Poi però hanno ammesso Bonatti, che aveva ventitré anni, e hanno ammesso me che sono diventato il vècio del gruppo. Quando ci allenavamo sul Monte Rosa ero quello che correva di più. Una volta sulla cresta Rey alla Punta Dufour, insieme a Pino Gallotti, ho staccato tutti gli altri. L’altro vècio era Achille Compagnoni, e anche lui non andava mica male…
Ardito Desio era davvero intrattabile come spesso si è scritto?
Come organizzatore il fatto suo lo sapeva. Però si arrabbiava anche per cose minime, e non scordava nulla. Una volta sono andato con Compagnoni a Genova per imbarcare il materiale. Finito il lavoro abbiamo fatto una gita a Rapallo senza chiedergli il permesso, e lui si è inferocito.
Vi ha punito?
Appena ha potuto. Serviva qualcuno per accompagnare in treno il materiale da Karachi a Rawalpindi? Desio ha mandato noi due. Serviva qualcuno per chiudere la carovana, raccogliere i carichi abbandonati, litigare con i portatori? Toccava a noi, e infatti sono arrivato al campo-base quando era già stato installato il campo III. Poi però, una mano l’ho data anche in alto.
Quanto era difficile il K2?
Difficilissimo no, però i passaggi di terzo e terzo grado superiore facevano presto a incrostarsi di ghiaccio, e allora c’era poco da stare allegri. Abbiamo scelto di evitare i canaloni pericolosi dov’erano passati gli americani, per sicurezza siamo rimasti sul filo dello Sperone Abruzzi. E’ il posto più ventoso del mondo.
E lei è arrivato…
Fino alla Piramide Nera, poco sotto la Spalla, a 7100 metri. Dopo una giornata durissima, e due viaggi dal V al VI campo, ho dovuto passare la notte da solo in una tenda superleggera. La mattina del 26 luglio non sono più riuscito a salire.
Una cosa che le dispiace, di quella spedizione?
Che vuole, la vetta è la vetta…
E una cosa che le fa piacere?
Una senz’altro, siamo ancora tutti amici.
Gino Soldà alpinista, Gino Soldà guida. Manca Gino Soldà sciatore, e nemmeno quello è da poco.
E’ una storia lunga anche questa. Ho iniziato giovanissimo, con l’entusiasmo prima che con la tecnica. Nel 1926, ai miei primi campionati italiani, in cima alla salita ero terzo nonostante una caduta spaventosa. Però non sapevo scendere, e sono arrivato dodicesimo. Poi, sempre con gli sci da fondo, mi sono iscritto alla gara di salto. Non so come ho riportato a casa la pelle…
Poi ci sono state le Olimpiadi.
Sì, e lì ho avuto sfortuna. Alla gara preolimpica, già in America, ero arrivato quinto dopo quattro norvegesi. Invece a Lake Placid ho sbagliato sciolina, ho sofferto in maniera spaventosa, sono arrivato ventiseiesimo. Però è stata una bella esperienza, per due motivi.
Quali?
Il primo è che mi sono divertito. Pensi che, tanto per scherzare, a New York, durante il viaggio di ritorno, ho saltato a pie’ pari il parapetto dell’Empire State Building, atterrando su un cornicione largo mezzo metro. Non le dico la gente e i poliziotti. Tornando a casa, la voglia di divertirmi mi ha fatto restare in coperta sulla nave nonostante una tempesta furiosa. Un’onda ha spazzato il ponte, ho sbattuto, mi sono rovinato un ginocchio per un anno.
E il secondo motivo, Gino Soldà?
La sciolina, naturalmente. Ho imparato la lezione dai norvegesi, mi sono messo a studiare, e appena tornato a casa ho iniziato a fabbricarne. E’ diventata una parte importante del mio lavoro e della mia vita.
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