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“Arrivammo a Pantalica, l’antichissima Hybla, ci arrampicammo su per sentieri di capre, entrammo nelle tombe della necropoli, nelle grotte-abitazioni, nei santuari scavati nelle ripide pareti a picco sulle acque dell’Anapo”. Così, ne Le pietre di Pantalica, lo scrittore siciliano Vincenzo Consolo racconta una delle mete più sorprendenti dell’isola.

Siamo a un’ora di viaggio da Siracusa, più o meno alla stessa distanza da Noto, ma l’atmosfera e l’ambiente non potrebbero essere più diversi. I canyon calcarei dell’Anapo e della Cava Grande, popolati da rapaci, offrono paesaggi solitari e selvaggi, e l’incontro con resti di civiltà lontane.

Pantalica conserva le tracce di due civiltà diverse, separate da mille anni di storia. La prima è quella dei Sicani, costretti ad abbandonare la costa intorno al XIII secolo avanti Cristo dallo sbarco dei Siculi e di altre popolazioni italiche. Sono loro a costruire l’Anaktoron e il Palazzo del Principe, e a scavare nella roccia migliaia di sepolture rupestri.

Il sito, abbandonato ai tempi di Siracusa e poi di Roma, viene rioccupato nell’alto Medioevo, quando le genti della costa, per sfuggire alle scorrerie, tornano a rifugiarsi all’interno. Nasce così la Pantalica bizantina, dove le tombe rupestri vengono riutilizzate come case, e le chiesette rupestri di San Micidiario e di San Nicolicchio vengono decorate da affreschi.

A esplorare palazzi e tombe di Pantalica, dal 1895, è l’archeologo Paolo Orsi, originario di Rovereto ma innamorato di Calabria e Sicilia. Tra il 1915 e il 1922, in valle dell’Anapo, viene tracciata la ferrovia, poi abbandonata, che unisce Siracusa con Ragusa. La zona dal 1997 è tutelata da una Riserva naturale, e nel 2005 è entrata nel Patrimonio Mondiale dell’UNESCO.

Oggi la ferrovia abbandonata è una bella ciclabile, e i sentieri offrono camminate, piacevoli soprattutto in primavera e in autunno. Non esistono segnavia, ma i cartelli sono abbondanti e precisi, come la mappa che viene distribuita gratuitamente all’ingresso.

  • Dislivello: 200 metri
  • Tempo: 2 ore a/r
  • Difficoltà: E
  • Periodo consigliato: primavera e autunno

Pantalica si raggiunge da Ferla, che ospita le scenografiche chiese di San Sebastiano, San Giacomo Maggiore Apostolo e Sant’Antonio Abate, ricostruite in stile barocco dopo il rovinoso terremoto del 1693. Una tortuosa strada asfaltata porta a un centro informazioni e a una trattoria con annessa area camping, poi scende alla Sella di Filipporto, da cui appare la valle dell’Anapo, e risale fino a un posteggio (386 m, 8 km da Ferla).

A piedi si va a destra per una strada sterrata che porta in pochi minuti alle rovine dell’Anaktoron (403 m) il “Palazzo del Principe”. Qui inizia la lunga e tortuosa discesa verso la Valle dell’Anapo. Il sentiero, ben indicato da cartelli, si dirige a sud su terreno via via più ripido, lascia a destra un tracciato per la chiesetta di San Micidiario, e raggiunge una caverna utilizzata come tomba e poi come abitazione.

Un sentierino conduce ai resti della chiesetta di San Nicolicchio (291 m, 0.30 ore), con resti di affreschi bizantini, e a un terrazzo che offre un sensazionale panorama. C’è una ringhiera, ma è bene fare attenzione.

Il sentiero riparte toccando altre tombe, taglia un salto roccioso e raggiunge il tracciato abbandonato della ferrovia Siracusa-Ragusa. Lo si segue a destra fino alla stazione di Pantalica Necropoli (228 m, 0.30 ore), recuperata dall’Azienda Regionale Foreste Demaniali che vi ha installato un piccolo museo. Non ci sono sorgenti.

Si riparte sulla linea ferroviaria, si costeggia un giardino di limoni, poi si imbocca a destra l’evidente sentiero del ritorno. Si sale a un crinale che offre uno spettacolare panorama sul canyon. Si superano delle balaustre e dei tratti di strada antica con gradini scavati nel calcare.

Più in alto si toccano altre sepolture trasformate in abitazioni rupestri, si lascia a destra il sentiero a mezza costa per l’Anaktoron, e si va a sinistra affacciandosi sulla necropoli di Filiporto e le sue centinaia di tombe.

Una discesa porta alla chiesetta di San Micidiario, anch’essa realizzata in una sepoltura antica. Un percorso a saliscendi porta a un fossato aperto a scopi difensivi, e poi alla Sella di Filipporto. Seguendo verso destra la strada, in vista delle rocce della Cava Grande e di Sortino, si torna al punto di partenza (1 ora).