Qualche giorno fa, a San Martino di Castrozza, ho scoperto un piccolo monumento all’alpinismo. In un prato, in vista della catena delle Pale, era stato sistemato un vecchio bivacco fisso color rosso fuoco. Una delle tante strutture a 9 posti, progettate dalla ditta Apollonio, che circa mezzo secolo fa hanno reso meno scomodo affrontare vette e pareti sui massicci più selvaggi delle Dolomiti, dal Latemar all’oltre Piave, e dalle Marmarole alle Pale.
Ero a San Martino per i Piolets d’Or, e la presenza delle Aquile, le guide alpine locali, accanto ad alpinisti e giornalisti arrivati da tutto il mondo ha mostrato il rinnovato interesse per la storia degli appassionati di montagna delle Dolomiti. La sera della premiazione, le Aquile indossavano la loro divisa storica.
Testimonia del rapporto tra la gente di San Martino e l’alpinismo anche il nuovo monumento alle guide Michele Bettega e Bortolo Zagonel, che è stato inaugurato nel 2024 in centro. Nel lontano 1901 questi due montanari del Primiero, raffigurati con corde di canapa e berretti di tela, hanno salito per la prima volta, insieme alla cliente inglese Beatrice Tomasson, la gigantesca parete Sud della Marmolada.
Ma torniamo al bivacco portato a valle. All’inizio ho pensato che fosse il Fiamme Gialle, costruito dalla Guardia di Finanza sul Cimon della Pala, e che è stato sostituito da poco. Poi, dai cartelli, ho scoperto che si tratta del bivacco delle Guide, installato nel 1968 sulla vetta della Pala di San Martino, 2982 metri, da sette guide e da un altro alpinista del Primiero. Dieci anni fa, nel 2015, è stato sostituito da una struttura più moderna.
All’improvviso mi sono ricordato che quella scatola di legno e lamiera, cinquant’anni fa, aveva salvato la vita a me e ad altri tre amici di Roma. Nell’estate del 1975, dal rifugio Pradidali (ma noi, per risparmiare, dormivamo in tenda all’esterno) sono partito con Enrico Asquini, Sergio Palombo e Valerio Zoli, per salire il Gran Pilastro, una lunga e non troppo difficile (600 metri, quarto grado) via della Pala di San Martino.
Sulle Pale, in estate, i temporali sono frequenti. Nei giorni precedenti, erano arrivati tra le due e le tre del pomeriggio, quando eravamo già scesi da vie di arrampicata più brevi. Siamo partiti prima dell’alba, siamo saliti veloci, ma quel giorno il brutto tempo era in anticipo.
Abbiamo percorso gli ultimi tiri sotto la pioggia, con i tuoni sempre più forti e vicini. Poi, tra le 10.30 e le 11, quando eravamo all’uscita, è arrivato un fulmine. Io, Enrico e Valerio, all’ultima sosta, non abbiamo avuto danni gravi. Sergio, in piedi sulla cima del Pilastro è stato colpito in pieno, ha riportato ustioni molto serie ed è svenuto. Se fosse volato di sotto, immagino, ci avrebbe trascinato via tutti.
In quell’epoca ovviamente i telefoni cellulari non c’erano. Mentre Valerio (studente di Medicina) ed Enrico si sono fermati con il ferito, sono corso slegato verso la cima e il bivacco, ho chiesto aiuto a due guide bavaresi e ai loro clienti che erano usciti dalla via prima di noi.
Siamo ridiscesi, abbiamo montato un paranco, siamo risaliti fino in vetta. Alla fine i miei amici sono rimasti al riparo (ma senza medicine né viveri) nel bivacco. Io invece, scosso e con le mani ustionate, ho affrontato insieme ai tedeschi, sotto una pioggia battente, la lunga e complessa via normale di discesa della Pala, che alterna tratti di arrampicata e corde doppie.
Siamo arrivati al rifugio Rosetta al buio, e il gestore ha chiamato subito il Soccorso. L’indomani, dopo un tentativo fallito a causa delle nuvole, un elicottero ha recuperato i tre amici. Mezz’ora dopo, Sergio è stato ricoverato in ospedale. Se il bivacco delle Guide non fosse stato al suo posto, dubito che sarebbe sopravvissuto.
Storie come la nostra, negli anni, sono state vissute da tanti altri alpinisti, che hanno avuto salva la vita grazie ai bivacchi installati su vette come la Pala di San Martino, il Cimon, il Crozzon di Brenta e il Pizzo Badile, o ai piedi delle loro pareti. Lo stesso, ovviamente, è vero per i pochissimi bivacchi dell’Appennino, dal Bafile del Gran Sasso fino al Maiorano e al Pelino della Maiella.
Quando ho partecipato a manifestazioni ambientaliste, indette dal CAI, da Mountain Wilderness o da altri, ho protestato contro gli eccessi in materia di strade, edilizia turistica o impianti a fune. Il ricordo di quel giorno del 1975, però, mi ha spinto a non condividere gli slogan contro i bivacchi sulle cime.
Da qualche anno, grazie a elicotteri più potenti, a ditte specializzate in lavori ad alta quota e all’attenzione delle amministrazioni locali sono stati riportati a valle e trasformati in piccoli musei la vecchia Capanna Luigi Amedeo del Cervino, il bivacco di Fréboudze del Monte Bianco, il bivacco Günther Messner del Gran Pilastro, che oggi sorge davanti al ristorante e al museo del fratello Reinhold a Solda. Uno dei primi bivacchi del Triglav accoglie i visitatori del Museo dell’Alpinismo Sloveno di Mojstrana.
Negli ultimi mesi, com’è noto, sono stati smontati e riportati a valle due storici bivacchi dell’Appennino, che negli anni hanno salvato la vita a molti appassionati di montagna. Sia il bivacco Andrea Bafile del Gran Sasso, della Sezione dell’Aquila del CAI, sia il Mario Pelino della Maiella, del CAI di Sulmona, saranno sostituiti da strutture più moderne e solide.
In entrambi i casi, sono stati annunciati il restauro e la trasformazione in musei, nelle rispettive città, dei due bivacchi storici rovinati negli anni dal vento e dai fulmini. Per entrambi, fino a oggi, l’iter non si è concluso. Ci sono problemi burocratici, certo, e qualche spesa da sostenere.
Ho l’impressione, però, che la passione del CAI, che vuol mostrare alla gente quelle piccole strutture di legno e lamiera rimaste per decenni ad alta quota (il Bafile dal 1966 al 2024, il Pelino dal 1982 al 2025) e che hanno accolto migliaia di persone, non sia condivisa dalle amministrazioni comunali dell’Aquila e di Sulmona, né dai Parchi nazionali Gran Sasso-Laga e della Maiella nel cui territorio sorgevano.
E’ possibile che mi sbagli, ovviamente. Ma l’interesse per il bivacco rimontato a San Martino di Castrozza, come quello per i suoi fratelli di Courmayeur, Valtournenche, Mojstrana e Solda, dovrebbe suggerire alle due amministrazioni abruzzesi di fare presto.
Poche cose come quei due modesti ma preziosi bivacchi possono far capire ai profani, e prima di tutto ai bambini, quanto la montagna possa diventare severa. E che in qualche caso, in caso di bufera o temporale, bastano pochi centimetri di legno e lamiera per salvare delle vite.
Capirlo, ne sono convinto, può indurre a comportamenti più attenti in montagna. Caro sindaco Pierluigi Biondi dell’Aquila, caro sindaco Luca Tirabassi di Sulmona, è il momento di darsi una mossa. Ridateci, nelle vostre città, i bivacchi Bafile e Pelino.
Sarebbe una bella idea. Temo però che il cittadino generico medio sia poco interessato e forse farebbe molta fatica a comprendere il valore storico di questa iniziativa. Bisognerebbe leggerla ad una buona ed efficace comunicazione accomunata da una indispensabile crescita culturale comune. E qua siamo alla fantascenza……
Caro Ares, ovviamente hai ragione. Però un bivacco ricostruito in un parco o in un altro spazio cittadino incuriosisce, e può aiutare la crescita culturale di cui scrivi. E comunque, restaurarli è un giusto omaggio al lavoro fatto negli anni dal CAI. Lo smaltimento tra i rifiuti speciali no.