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I francesi, si sa, sono fissati con i panorami. Spesso, sulle loro strade, vistosi cartelli indicano laghi e montagne, insenature costiere e castelli. Spesso, nei punti più belli, ci sono posteggi per fotografare e ammirare. Lo stesso vale per gli Stati Uniti d’America, dentro o fuori dai Parchi. E per il Pakistan, dove chi viaggia sulla Karakorum Highway sosta davanti al Nanga Parbat, che un cartello indica come Killer Mountain, la Montagna assassina.

In Italia, in passato, qualche piazzola e qualche cartello esisteva, ma negli ultimi anni l’ANAS li ha eliminati quasi tutti. Forse c’era un problema di sicurezza, perché fermarsi e ripartire è pericoloso. Ho l’impressione, però, che si tratti di un invito a non fermarsi, perché nei viaggi non si deve perder tempo, e le uniche soste giuste per guardare il panorama sono quelle a pagamento, sulle terrazze dei ristoranti e dei bar.

Nelle belle giornate d’inverno, il chilometro 133 della Via Salaria (la storica arteria che unisce Roma con Rieti, Ascoli Piceno e l’Adriatico), è un sensazionale belvedere. Sulla strada, e sulla conca di Amatrice, si affacciano le vette più elevate del Lazio, che la neve rende spettacolari e luminose. Intorno al Monte Gorzano, 2458 metri, sono il Pizzo di Sevo, le Cime della Laghetta e Cima Lepri.

Non tutti le conoscono, e un tabellone illustrativo ci vorrebbe. Invece anche fermarsi per una foto è difficile. La piazzola migliore, al chilometro 133, si può usare solo se si arriva da Ascoli. Nelle altre, alberi che nessuno si degna di potare riducono molto la visuale. A nessuno – la Regione Lazio, l’ANAS, la Provincia di Rieti, il Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga che si affaccia con quelle cime verso ovest – è mai venuto in mente di indicare il “tetto del Lazio” a chi è in viaggio.

L’incuria, che in Italia affiora spesso, è una spiegazione utile ma parziale. Forse c’è anche un po’ d’ignoranza, visto che anni fa, sul libro di geografia delle Medie di uno dei miei figli, ho letto che la vetta più alta del Lazio è il Terminillo, che è 242 metri più basso del Gorzano. Ho visto cartelli con errori geografici tremendi anche sull’Autostrada del Brennero, sia chiaro. Ma lì che esistono le Dolomiti lo sanno.

Nel Lazio, non solo sulla Via Salaria, c’è un problema in più, e per spiegarlo devo riprendere una frase che ho già usato in passato, e che non tutti hanno apprezzato. Chi governa la regione di Roma, poco importa se come politico o funzionario, pensa all’Urbe e agli altri centri storici, alle aree archeologiche e alle abbazie, ai laghi vulcanici e alle spiagge. La montagna, per questi signori e signore, non esiste.

Non ci credete? E allora perché la Regione Lazio, dal 1989, non ha ratificato la legge nazionale sulle guide alpine, costringendo decine di professionisti di casa nostra a far finta di essere abruzzesi o toscani? Perché nessun dépliant su Roma spiega che dal Gianicolo, d’inverno, si vedono il Terminillo e il Velino? Perché quando si parla di borghi in televisione e sui giornali – ormai accade tutti i giorni, tutto l’anno – quasi sempre si trascurano o si sbagliano i nomi delle vette vicine?

L’unico momento in cui i media e gli amministratori del Lazio pensano alla montagna è l’inverno, la stagione (vera o presunta, ormai) dello sci. Ma lo fanno in modo sconclusionato e sbagliato. Qualche giorno fa, e non è la prima volta, le pagine romane del Corriere della Sera e di Repubblica annunciavano nei titoli nevicate abbondanti in Ciociaria e al Terminillo, salvo spiegare nel testo che si trattava di pochi centimetri, e che gli impianti non sarebbero comunque riusciti ad aprire.

Negli anni scorsi la Regione Lazio, poco importa se con la destra o la sinistra al governo, è riuscita a finanziare uno skilift sulle pietraie di Forca d’Acero e due sui piattoni di Prati di Mezzo. A Cittareale, dopo il terremoto del 2016, sono stati ricostruiti con fondi pubblici gli impianti di Selva Rotonda, che però non sono stati mai aperti per mancanza di collaudi (costosi ma non previsti) e di neve.

Sul Terminillo, amministrazioni di colore diverso hanno varato un progetto di ampiamento degli impianti sconclusionato, poggiato su previsioni economiche senza senso, che non comprendeva l’unica cosa sensata da fare, cioè ristrutturare i vecchi impianti. Forse qualche progettista ci ha guadagnato qualche euro. Per tutti gli altri, inclusi i maestri di sci e gli albergatori, è stata una grande presa in giro.

In realtà nel Lazio la montagna esiste, ed è una fonte di piacere e salute. In queste vacanze di poca neve e bel tempo (ma poi arriveranno nuvole tiepide e pioggia), migliaia di persone che vivono a Roma e nei centri minori hanno camminato sulle creste innevate del Pizzo Deta e dei monti del Parco d’Abruzzo, Lazio e Molise, o arrampicato su neve e ghiaccio nei canali del Peschio della Cornacchia e del Terminillo. Qualcun, cercando i luoghi giusti, ha anche calzato le ciaspole. Chi voleva sciare, invece, è partito per le Alpi.

Ma può avere un futuro, il turismo invernale nel Lazio?. La mancanza di imprenditori privati o pubblici disposti a investire su impianti, rifugi e servizi a Campo Staffi o al Terminillo è un forte indizio negativo. Quando c’è neve il clima continentale e la quota di Campo Imperatore e delle altre località dell’Abruzzo attira gli sciatori della nostra regione più a est. Sciare è un’attività per benestanti, e per molti la soluzione migliore sono le Dolomiti o la Valle d’Aosta, che in fondo distano solo mezza giornata di viaggio.

Perché il turismo invernale nel Lazio possa continuare a esistere, l’unica soluzione è non puntare solo sullo sci da discesa. Sulle nostre belle ma spesso spelacchiate montagne serve un’offerta più ampia, con escursioni guidate, percorsi culturali, gastronomia, magari un pizzico di alpinismo – ma con chi, visto che le guide (vedi sopra) qui ufficialmente non ci sono?

Per capire tutto questo, però, aver fatto una settimana bianca in Val Gardena non basta, e serve conoscere almeno un po’ la geografia. Bisogna capire che il Terminillo e la Laga non sono le Dolomiti o il Monte Bianco, che la vicinanza del Tirreno rende la neve nel Lazio aleatoria, che la vicinanza delle nostre montagne alle città le rende delle mete magnifiche, se proposte nel modo corretto.

Mi permetto di dare un consiglio al governatore Francesco Rocca, e magari al suo predecessore Nicola Zingaretti, e anche ai rispettivi assessori al Turismo. Percorrete la via Salaria verso Ascoli, fermatevi al chilometro 133, date un’occhiata al panorama. La montagna nel Lazio c’è, è bellissima, può dare lavoro a qualcuno e svago e aria buona a tanti altri. Prima, però, bisogna capire che esiste. Buon 2026 a tutti! Chissà questo sarà l’anno giusto?