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La Giunta regionale dell’Abruzzo ha detto sì. D’ora in poi, “nei casi in cui non sussista l’emergenza sanitaria, o vengano riscontrati comportamenti impropri o imprudenti da parte dell’utente” anche chi verrà recuperato dal Soccorso Alpino sul Gran Sasso, sulla Maiella o su un’altra delle magnifiche montagne abruzzesi dovrà contribuire alle spese.

Seguo da anni il dibattito su questo tema tra le forze politiche e sui media, leggo ogni settimana incredibili storie di persone (chiamarle escursionisti sarebbe troppo) che partono con le infradito sui sentieri o con le ciaspole su pendii che richiedono la piccozza e i ramponi.

Conosco molti professionisti e volontari del CNSAS che, come i loro colleghi della Guardia di Finanza e dei Vigili del Fuoco, intervengono sempre più spesso, e sempre con abnegazione e competenza. So che soccorrere una o più persone in montagna ha un costo elevato (non solo a causa degli elicotteri) ed è un’attività rischiosa.

So bene che multe o contributi per gli incoscienti sono previsti anche in Alto Adige, in Lombardia, in Piemonte, in Trentino, in Valle d’Aosta e in Veneto. Mi permetto però di ricordare a chi mi legge, a partire dai consiglieri regionali Vincenzo D’Incecco e Carla Mannetti, firmatari del provvedimento, che il sistema può avere delle criticità.

La prima, di cui mi hanno parlato vari amici che operano nel CNSAS in altre Regioni, è che spesso chi riceve la richiesta di contributo semplicemente non paga, e dato che il Soccorso non dispone di un ufficio legale per inseguirli, la somma richiesta non arriva. Certo, ci può essere una sentenza esecutiva, e magari un pignoramento. Però, sapendo quanto è facile in Italia presentare un ricorso, temo che alla fine la spesa possa essere maggiore dei ricavi.

Certo, c’è l’aspetto morale. E’ giusto additare al pubblico ludibrio chi si mette nei guai per imprudenza, può essere giusto punirliochiedendo un contributo alle spese. Tra i legittimi obiettivi dei politici c’è il consenso, e punire gli incoscienti della neve e dei sentieri può certamente portarne. Ma funzionerà? Servirà da deterrente?

Qui, con tutto il rispetto per i consiglieri Mannetti e D’Incecco, mi permetto di avere qualche dubbio. Negli anni, ho incontrato orde di incoscienti in scarpe da trekking sulla cresta della Portella ghiacciata, e centinaia di persone senza una giacca a vento sui ventosi crinali del Corno Grande e del Velino. Da qualche anno, si sono aggiunti all’elenco quelli che seguono con il GPS una traccia disegnata per l’estate, anche se la montagna è tappezzata di ghiaccio.

Spero di sbagliarmi, ma temo che questo provvedimento non basti.  Minacciare punizioni, per capirci, può essere certamente utile, ma senza prevenzione non serve. Più volte, anche nei “tavoli sulla sicurezza” organizzati dalla Regione Abruzzo dopo la tragedia della Val Majelama, ho proposto di realizzare dei posti di controllo, o filtri, all’inizio dei percorsi estivi e invernali più a rischio, come il rifugio Pomilio, Campo Imperatore, e nelle Regioni vicine Forca di Presta e il Terminillo.

In qualche caso, come al Duca degli Abruzzi d’inverno, più che minacciare sanzioni si potrebbe proporre un’avventura in sicurezza. Le guide alpine de La Grave, in Francia, propongono a un prezzo calmierato ai turisti escursioni in cordata sui ghiacciai. Perché le guide alpine dell’Abruzzo non propongono agli inesperti, d’inverno, di camminare con i ramponi e in cordata sulla Cresta della Portella? Guadagnerebbero qualcosa, eviterebbero incidenti, e magari troverebbero nuovi clienti.

Poi ci sono i “cattivi maestri”, in carne e ossa e virtuali. Ogni weekend, soprattutto sui monti abruzzesi più vicini al Lazio, accanto ai gruppi condotti da persone qualificate (guide alpine, direttori di gita CAI, accompagnatori di media montagna, guide ambientali escursionistiche) se ne incontrano altri condotti da persone prive di titoli, o con titoli fatti in casa da gruppi e associazioni.   

Qualche settimana fa, su Montagna.tv e poi su questo blog, ho denunciato che Repubblica e il sito All Trails consigliano di affrontare con le ciaspole degli itinerari alpinistici sui monti dell’Abruzzo e delle Marche (sulle Alpi stanno più attenti, chissà perché…). Poi ci sono decine di siti minori che sparano “informazioni” a casaccio, e realtà globali come l’Intelligenza Artificiale e Chat GPT che danno altri consigli pericolosi.

Nella mia carriera ho scritto più di 50 guide di itinerari estivi e invernali, e ho sempre cercato di rispettare la sicurezza di chi legge. Se l’incosciente di turno deve pagare (giustamente!) un contributo al Soccorso, perché la stessa punizione non tocca a chi lo ha accompagnato senza titolo o gli ha dato dei consigli sbagliati? Inserire una norma sui “cattivi maestri” in una legge come quella appena approvata in Abruzzo sarebbe stato complicato. Ma forse si poteva tentare, e la questione verrà certamente alla luce al primo ricorso contro un “contributo” da pagare.

L’ultima cosa, non so se più ridicola o triste, è lo sconto, sempre in caso di imprudenza, previsto per i residenti in Abruzzo. L’articolo 3 della Costituzione recita “tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge”, e quindi la nascita e la residenza, come il colore della pelle e la professione, non dovrebbero influenzare le sanzioni. Qualche anno fa, quando la Provincia di Bolzano ha chiesto allo Stato di permettere ai suoi residenti di guidare con un tasso alcolemico superiore agli altri italiani, la cosa si è arenata subito.

E poi, cari amici Abruzzesi, voi siete un popolo di montanari proprio come i Valdôtains, i Südtiroler, i Valtellinesi, i Carnici e tanti altri, dentro e fuori dall’Italia. In chi è nato e vive a Teramo o all’Aquila, se non a Ovindoli, a Pescasseroli o a Pietracamela, la cultura e il rispetto della montagna dovrebbero essere profondamente radicati. Forse, in caso di incoscienza palese, il pagamento per i residenti dell’Abruzzo dovrebbe essere addirittura maggiore rispetto a quello per chi arriva dai bassopiani del Lazio, della Campania o della Puglia.