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La prima bandiera a sventolare sugli 8848 metri dell’Everest è stato l’Union Jack britannico. Il 29 maggio del 1953, l’arrivo in vetta di Edmund Hillary e Tenzing Norgay Sherpa, componenti della spedizione diretta da John Hunt, è stata festeggiata in tutto il mondo. A Londra, la notizia è stata diffusa durante il corteo per l’incoronazione della regina Elisabetta II. Qualcuno ha scritto dell’ultima vittoria dell’Impero.

La storia, però, si sarebbe potuta concludere in un altro modo. Un anno prima, il 28 maggio del 1952, lo stesso Tenzing tenta di raggiungere la vetta insieme alla guida alpina svizzera Raymond Lambert. Ma il maltempo, la neve fresca e la mancanza di un fornello durante l’ultimo bivacco costringono la cordata di punta della spedizione elvetica a rinunciare.

I due anni che seguono vedono altre vittorie sugli “ottomila”. Negli 1954 gli italiani arrivano sulla vetta del K2, nel 1955 gli inglesi raggiungono il Kangchenjunga e i francesi il Makalu. Nel 1956, com’è giusto, gli svizzeri compiono la seconda salita dell’Everest e la prima assoluta del Lhotse, la quarta cima della Terra.

La spedizione che parte da Zurigo, come quella di quattro anni prima, è organizzata dalla Fondazione Svizzera per le Esplorazioni Alpine. I partecipanti provengono tutti dai cantoni di lingua tedesca. Dirige il gruppo Albert Eggler, avvocato e alpinista di Berna.

Tutto funziona in modo praticamente perfetto. Nei primi giorni di aprile, dopo una marcia di avvicinamento lunga un mese, la spedizione s’installa al campo-base. Il glaciologo Fritz Müller, che ha lavorato in Terra di Baffin e in Groenlandia, avvia la sua ricerca scientifica sul ghiacciaio del Khumbu.

Subito dopo gli svizzeri e gli Sherpa iniziano ad attrezzare la seraccata. Come i britannici tre anni prima, hanno con sé delle scale componibili in alluminio, che si rivelano fondamentali. Il 7 aprile Ernst Reiss ed Ernst Schmied compiono la prima ricognizione. L’indomani il capospedizione e Adolf Reist prendono il loro posto tra seracchi in bilico e giganteschi crepacci.

Pasang Dawa Lama, il sirdar che si ha chiesto di essere inserito in una delle cordate di punta, si ammala al fegato e viene sostituito da Dawa Tenzing. Nei primi giorni di maggio inizia il lavoro sulla parete del Lhotse.

Un giorno dopo l’altro, gli alpinisti si abituano all’alta quota e al clima. “Tra il giorno e la notte la temperatura ha degli sbalzi tremendi, dai 30 gradi al sole delle ore più calde fino ai meno 30 della notte” annota Albert Eggler. “Il nostro abbigliamento è ottimo, per stare bene è essenziale bere almeno tre litri di liquidi al giorno”.

A prima colazione, dato che il burro, il miele e la marmellata portati dalla Svizzera si congelano, gli alpinisti mangiano il porridge di tsampa, la farina d’orzo degli sherpa. “Pian piano ci siamo abituati al cibo locale, e questo ci ha aiutato a mantenere le forze” scriverà il capospedizione al rientro.

Oltre i 7000 metri, gli alpinisti utilizzano respiratori e bombole, che permettono di salire 250 metri di dislivello all’ora. Senza l’ossigeno, annota Eggler, “il ritmo si riduce alla metà”. Dopo un paio di giorni di abbondanti nevicate il tempo diventa ottimo, e possono iniziare i tentativi alla vetta. Ma la prima cordata a superare quota 8000 non punta all’Everest.

Il 17 maggio, dal campo VI sullo Sperone dei Ginevrini, Fritz Luchsinger ed Ernst Reist salgono verso uno stretto canale che sale per 500 metri e più verso la cima del Lhotse. Il terreno è ripido, ma la prima parte non offre difficoltà particolari. Poi il solco si stringe, fino a consentire di poggiare sulla neve un solo scarpone alla volta.

Gli alpinisti devono spostarsi a sinistra sulle rocce, e superare passaggi di arrampicata impegnativi. Nell’ultimo tratto, dei lastroni di neve instabili costringono i due svizzeri alla massima cautela. Poi una cresta di neve “ad almeno 60 gradi di pendenza” li porta sulla più alta delle due cime gemelle del Lhotse. Il vento è violento, l’ultimo metro è troppo aguzzo per consentire di salire, e i due uomini piantano le loro piccozze su quell’ultimo, elegante ricciolo di neve.

E’ un momento importante, perché Fritz Luchsinger ed Ernst Reiss, nati rispettivamente a Thun e a Davos, hanno appena raggiunto per primi la quarta vetta della Terra, 8516 metri. La discesa per l’itinerario di salita è meno faticosa ma ancora più delicata, e richiede il medesimo tempo. Al tramonto la cordata è di ritorno al campo VI.

Due giorni dopo, il 19 maggio, un folto gruppo di svizzeri e di Sherpa supera la parete del Lhotse e si accampa sul pianoro ghiacciato del Colle Sud. Durante la notte nevica, al mattino il tempo è minaccioso, poi torna il sole. A mezzogiorno Jürg Marmet ed Ernst Schmied partono con quattro Sherpa.

I ripidi pendii della Cima Sud, poi una cresta orlata da cornici, li portano ai resti della tenda utilizzata quattro anni prima da Tenzing e Lambert. I due elvetici si accampano poco più in alto, su un altro esiguo ripiano. Gli Sherpa depongono i carichi, e scendono rapidamente al Colle Sud.

Al mattino, a causa del vento violento, Jürg ed Ernst riescono a partire solamente alle 9. In breve raggiungono i resti di un’altra tenda, che emergono appena dalla neve. E’ quella che ha riparato Tenzing e Hillary, tre anni prima, nella notte prima della conquista.

Dopo due ore dalla partenza, la cordata svizzera arriva sugli 8760 metri della Cima Sud. Il tempo è magnifico, il panorama straordinario, la temperatura mite. I due uomini abbandonano una bombola vuota ciascuno, e si tolgono le giacche di piumino. Il resto della salita non ha storia, e lo Hillary Step non offre difficoltà particolari. Pochi passi più avanti è la cima.

Forse è colpa del carattere pacato degli svizzeri di lingua tedesca, ma quando Ernest Schmied e Jürg Marmet (il primo viene da Berna, il secondo da Spiez) compiono la seconda ascensione dell’Everest, la loro sembra quasi un’impresa ordinaria.

Da 8848 metri, i due osservano il Kangchenjunga, il Makalu, il Lhotse vinto due giorni prima dai loro compagni di spedizione. Lontani, a ovest, compaiono il Dhaulagiri e l’Annapurna. A nord, sull’altopiano del Tibet, si distinguono le anse del Brahmaputra.

Anche la discesa è senza storia. Quando Schmied e Marmet tornano alla tenda dove hanno passato la notte, incontrano Adolf Reist, Hans-Rudolf von Gunten e lo Sherpa Da Norbu. Dopo uno scambio di complimenti (per chi scende) e di auguri per chi sale, lo Sherpa accompagna i due reduci dalla vetta nella discesa verso il Colle Sud. Von Gunten e Reist si installano nel campo.

La notte è faticosa e scomoda, anche perché i ramponi della prima cordata hanno danneggiato la tenda. L’alba del 21 maggio è più fredda di quella che l’ha preceduta. I due svizzeri partono alle 7, e seguono le tracce dei compagni sul ripido e impressionante pendio di neve. Sulla Cima Sud lasciano una bombola vuota per uno, ma non si tolgono di dosso i piumini.

Hans-Rudolf von Gunten e Adolf Reist, il primo di Berna e il secondo di Interlaken, arrivano sulla vetta dell’Everest alle 11. Il cielo non è limpido, ma il vento si ferma. La cordata svizzera festeggia la vittoria con una sosta di quasi due ore in cima al mondo, scattando fotografie e mangiando frutta secca. Per metà di questo tempo i respiratori sono spenti, e Hans-Rudolf e Adolf respirano l’aria sottile.

Poi, nel tempo record di due ore, il quinto e il sesto alpinista ad aver salito l’Everest ridiscendono al Colle Sud, dove trovano Eggler, Schmied, Marmet, Hans Grimm (che prima di arrivare alle tende si è slogato una spalla) e gli Sherpa Pasang Phutar e Da Norbu.

Più in basso, sulla parete del Lhotse, i reduci dalla vetta incrociano Reiss, Luchsinger, il medico della spedizione Eduard Leuthold, il glaciologo Müller e sei Sherpa. Anche loro puntano a salire l’Everest, e per i vincitori del Lhotse sarebbe una straordinaria accoppiata.

Ma il tempo ha iniziato a cambiare, e le previsioni per i giorni successivi sono pessime. Albert Eggler decide che bisogna scendere, e gli altri sono d’accordo. Fino al Western Cwm non ci sono problemi, ma nella seraccata l’itinerario è cambiato. “Molti dei nostri ponti erano caduti nei crepacci, in altre zone la traccia era stata coperta da seracchi e blocchi di ghiaccio caduti” scrive il capospedizione.

Il 29 maggio, terzo anniversario della conquista dell’Everest, gli alpinisti svizzeri e gli Sherpa sono di ritorno al campo-base, e stanno tutti bene. Una trasmissione della BBC porta loro le congratulazioni di Edmund Hillary, John Hunt e Tenzing Norgay. “Per noi è stato un momento di orgoglio e di gioia” commenterà Eggler.

Tre settimane più tardi, la spedizione svizzera all’Everest e al Lhotse è di ritorno a Kathmandu. Gli scrosci di pioggia del monsone, e le sanguisughe che abbondano sul sentiero non riescono a incrinare la gioia per un’impresa perfetta.