Negli inverni di neve abbondante, sull’Appennino centrale, le valanghe sono spesso gigantesche e rovinose. I media, italiani e non solo, se ne sono accorti il 18 gennaio del 2017, quando una slavina caduta dal Monte Siella ha distrutto l’Hotel Rigopiano, sul versante orientale del Gran Sasso, uccidendo 29 persone. La ricerca delle responsabilità nei tribunali è andata avanti per anni.
La neve dell’Appennino, però, aveva fatto seri danni già prima. Quasi un secolo fa, sui Sibillini, valanghe di dimensioni eccezionali hanno distrutto Bolognola, le frazioni di Casale e Rubbiano ai piedi del Monte Vettore e il rifugio dedicato a Paolo Emilio Cichetti, costruito nel 1933 dalla Sezione dell’Aquila del CAI poco a valle del Lago di Pilato.
Nel 1974, una valanga staccata dal versante teramano del Monte Brancastello è scesa per uno stretto canalone nel bosco, e ha ucciso alcuni escursionisti su un facile sentiero pianeggiante in territorio di Isola del Gran Sasso. Più volte, l’ultima qualche settimana fa, grandi slavine cadute dal versante settentrionale del Corno Piccolo hanno raggiunto gli edifici dei Prati di Tivo.
Nell’inverno che si è appena concluso, l’arrivo di una quantità impressionante di neve ha fatto cadere valanghe altrettanto impressionanti sulla Rava della Giumenta Bianca della Maiella (il bosco più a valle è stato raso al suolo), in Val Maone e in altre zone. A farne le spese, negli ultimi giorni di aprile, sono stati il rifugio di Solagne in valle del Chiarino e il rifugio del Monte ai piedi del versante settentrionale del Monte Corvo.
Il primo, un ricovero in cattive condizioni, era utilizzato in estate solo dagli allevatori della zona, mentre gli escursionisti potevano (e potranno ancora) sostare nel vicino e accogliente rifugio Fioretti. Il secondo, caro ai camminatori che amano i luoghi selvaggi, era stato ristrutturato una dozzina di anni fa dal Comune di Fano Adriano, e gestito per qualche anno, anche d’inverno, dal bravissimo Arnaldo Di Crescenzo, tecnico di elisoccorso di Teramo.
“Dispiace tantissimo. Non sono solo pietre e non è solo roccia, per chi ci ha vissuto anche una sola notte è vita vera” ha scritto Arnaldo su Facebook, in risposta alle condoglianze (sì, condoglianze, anche un rifugio e le sue memorie sono vivi) di altri appassionati di montagna. Sono stato al rifugio del Monte tante volte, quel luogo e quella struttura sono presenti nelle mie guide e nel mio cuore, condivido anch’io il dolore di Arnaldo.
“La prima notizia, la più importante, è che fortunatamente non ci sono feriti. Resta però una perdita enorme per la nostra comunità. Il pensiero corre inevitabilmente a Rigopiano, una ferita ancora viva nella memoria dell’Abruzzo e dell’Italia intera” ha scritto il 2 maggio Luigi Servi, sindaco di Fano Adriano.
Forse il paragone con Rigopiano è forzato (ci tornerò più avanti), ma la splendida Fano Adriano oggi sembra circondata da macerie. Da un lato la strada per Intermesoli chiusa da una frana di molti anni fa e mai riaperta, dall’altro gli impianti di Prato Selva in abbandono, oggi il rifugio del Monte schiantato. Il risultato è un’autentica emergenza, che richiede interventi straordinari e veloci.
Altre parole, pubblicate nei giorni scorsi, meritano qualche commento. Sorprende veder citato il malmesso stazzo di Solagne come “il Solagne”, come se fosse un rifugio analogo a “il Brentei” o “il Monzino”. Davide Peluzzi, comunicatore, guida ambientale escursionistica ed ex-candidato alla presidenza del Parco Gran Sasso-Laga, usa due frasi a effetto, riprese dai siti d’informazione locali. Quando scrive che “la Natura corregge i compiti agli uomini” ha ragione. Quando dice che “un rifugio non è un gadget” non sono d’accordo.
Un rifugio, sull’Appennino come altrove, è un ricovero da usare durante ascensioni o traversate, è un riparo in caso di maltempo, è un presidio culturale. Ma è anche un luogo da tenere nel cuore, e da fotografare (anche per social, sì) per gli escursionisti o alpinisti che faticano per arrivare fin lì. La parola “gadget”, caro Davide, non mi piace, perché implica un giudizio negativo.
Certo, prima di incamminarsi verso un rifugio o un bivacco, sull’Appennino, sulle Alpi o in altre catene della Terra, bisogna informarsi sulle caratteristiche e le condizioni del percorso, portare l’attrezzatura giusta (piccozza e ramponi? materiale da ferrata? almeno un paio di scarponi o pedule adeguati!) e scegliere la stagione corretta.
Da qualche anno, d’inverno e a primavera, vengono spesso soccorsi escursionisti che partono verso bivacchi o rifugi d’alta quota, su itinerari innevati e ghiacciati, attrezzati come per una passeggiata estiva nel bosco. Qualche mese fa è accaduto sul sentiero per il bivacco Fusco, sulla Maiella, e la bravura del personale del CNSAS e dei piloti dell’Aeronautica Militare ha evitato danni gravi.
La colpa di questi errori, però, non è del rifugio, del gestore o della Sezione del CAI che lo ha costruito. In condizioni invernali, senza esperienza e con l’attrezzatura sbagliata, salire al rifugio Franchetti del Gran Sasso, così frequentato in estate, può essere pericoloso come un tentativo all’Everest. Ma la colpa non è del CAI di Roma che lo ha eretto, né di Luca Mazzoleni che lo gestisce da tanti anni. Scrivere di “rifugi gadget” sembra un invito a chiuderli, e non è giusto.
La strage di Rigopiano, vale la pena ricordarlo, è avvenuta perché, al posto di un albergo aperto solo d’estate, e contro il parere della guida alpina Pasquale Iannetti, è stato edificato un resort aperto anche d’inverno, ai piedi di un canalone valangoso. Ed è avvenuta perché i suoi ospiti, lavoratori e clienti, non sono stati avvisati in anticipo, né evacuati all’arrivo di una nevicata eccezionale.
Anche il rifugio del Monte, costruito per pastori e pecore, non era pensato per l’inverno. Qualche anno fa, a causa della sua posizione esposta alle valanghe del Corvo, è stato escluso dall’elenco delle strutture che avrebbero ricevuto un contributo della Regione. Gli escursionisti e gli alpinisti del Gran Sasso non sono scemi, e infatti nessuno, nelle scorse settimane, si è avventurato lì o negli altri luoghi più esposti.
Per concludere, torno a quel che ha scritto il sindaco di Fano Adriano il 2 maggio. “Sappiamo che il Rifugio non potrà essere ricostruito nello stesso punto. Dovremo valutare insieme, con serietà e competenza, una nuova collocazione più sicura, senza disperdere la memoria e la funzione di quel presidio” afferma Luigi Servi. Ha ragione.
In Abruzzo la competenza per valutare l’eventuale esposizione di una struttura alle valanghe esiste eccome, e sulla serietà non si possono avere dei dubbi. Quel che temo, e che ha fatto molti danni in passato sono i lacci e i laccioli burocratici, le invidie di campanile, le lentezze che hanno bloccato molti progetti importanti.
Per far vivere l’Abruzzo e il resto del nostro amato Appennino – lo dimostrano i due Sebastiani, il Cima Alta, il Viperella, l’Ecorifugio Cicerana e altri ancora – c’è bisogno di più rifugi, non meno. La valanga di fine aprile non deve far chiudere o abbandonare i nuovi progetti di edifici ben progettati e a basso impatto.
Il rifugio del Monte, spostato in un luogo sicuro, deve rinascere al più presto, per offrire accoglienza, cultura della montagna e (ricordiamolo sempre!) lavoro. Cara Regione, caro Parco, caro Comune di Fano Adriano, ci vogliamo provare, per favore?
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