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Everest, 29 maggio del 1953. Passo dopo passo, in una mattina di sole, due uomini percorrono un’aerea cresta di neve sospesa nel cielo tra il Nepal e il Tibet. Sulla loro destra, oltre le nuvole, compaiono le morene che si distendono quattromila metri più in basso, ai piedi della ciclopica parete di Kangshung. Verso nord, striati di neve e di ghiaccio, si distendono gli altopiani giallo-ocra del Tibet.

A sinistra dei due alpinisti, la parete Sud-ovest della montagna precipita in un unico balzo sulla conca del Western Cwm, il “Circo occidentale” indicato con un termine gaelico che i britannici hanno importato dal Galles. Oltre quell’anfiteatro glaciale si alza la frastagliata cresta sommitale del Nuptse, seguita da un mare di fantastiche cime minori, tra le quali spiccano l’Ama Dablam e il Thamserku.

La cresta che dalla Cima Sud dell’Everest conduce alla vetta più alta offre un percorso delicato e impegnativo, che gli alpinisti superano scavando centinaia di gradini con la piccozza. Segue un salto verticale, alto una dozzina di metri, che i due superano incastrandosi nella fessura che separa la roccia dalla neve della cornice sospesa sulla parete di Kangshung.

Oltre il salto la cresta si corica e si allarga, e la via per la vetta non offre più difficoltà. Alle 11.30, i due uomini sono sul punto più alto della Terra. Un apicultore di Auckland, in Nuova Zelanda, e uno Sherpa nato in Nepal ed emigrato a Darjeeling, in India, sono i primi a calpestare gli 8848 metri dell’Everest.

Quarantasette anni dopo i primi progetti di spedizione messi a punto da Tom Longstaff e Charles Bruce, ventinove anni dopo la scomparsa di George Mallory e di Andrew Irvine, soltanto sei mesi dopo l’ultimo tentativo svizzero nella stagione post-monsonica del 1952, il trentaquattrenne Edmund Hillary (a sinistra nella foto) e il trentottenne – ma la sua data di nascita non è certa – Tenzing Norgay scrivono la parola fine di un’epopea famosa. E diventano, senza averlo previsto, due degli uomini più noti del pianeta.

“We knocked the bastard off!”, “abbiamo buttato giù il bastardo!” urla il giorno dopo Hillary ai compagni che lo accolgono al campo-base avanzato. Qualche ora più tardi, con toni festosi e solenni, la BBC annuncia la vittoria sull’Everest ai tre milioni di persone che assistono, a Londra, alla parata per l’incoronazione della regina Elisabetta II.

“Ora anche in Himalaya può iniziare il vero alpinismo” commenta, in puro stile britannico e con un pizzico di snobismo, un grande esploratore di montagne come Eric Shipton. Era stato lui, nel 1951, a scoprire che una via verso la cima dell’Everest esisteva anche dalle sconosciute vallate del Nepal.

La storia di Edmund Hillary, il neozelandese arrivato in cima al mondo, sembra essere uscita da una fiaba. Alto, robusto, taciturno, il giovane Edmund cresce aiutando il padre tra le arnie, lascia l’università che non lo attira, scopre l’alpinismo sul Mount Cook e sulle altre grandi vette della Nuova Zelanda.

Sono montagne selvagge, dove prima di affrontare la roccia e il ghiaccio occorre camminare per giorni interi piegati sotto a zaini colossali. Gli attrezzi da piolet-traction non sono stati inventati, e sui pendii e sulle creste di neve, dove passano poche cordate ogni anno, occorre tagliare centinaia di gradini con la piccozza. Due abitudini che si riveleranno molto utili in Himalaya.

Nel 1951, dopo la parentesi della guerra, Edmund Hillary scopre le grandi montagne dell’Asia. Parte con tre amici neozelandesi per una spedizione al Mukut Parbat, nel Garwhal indiano. Poi viene invitato a unirsi al piccolo team di Eric Shipton, che deve esplorare il versante meridionale dell’Everest.

E’ Hillary, in cordata con Tom Bourdillon e Shipton, a salire la seraccata, l’Icefall, e ad affacciarsi per primo sul Western Cwm e sulla parete glaciale del Lhotse. Due anni dopo, il nuovo capo-spedizione John Hunt include l’apicultore di Auckland nella spedizione che conquisterà la montagna.  

Al ritorno dall’Everest, prima a Kathmandu e poi nel resto del mondo, Hillary scopre di essere diventato famoso. In Nepal e in India riesce a trattenere la rabbia davanti ai cartelli che lo mostrano issato di peso da Tenzing, poi si gode i festeggiamenti in Gran Bretagna e in patria. In breve, raccontare l’Everest diventa un mestiere a tempo pieno. E Hillary accetta la sfida. 

Per sdebitarsi con gli Sherpa del Khumbu, che lo hanno aiutato nell’impresa, dedica una parte importante della sua vita a migliorare le loro condizioni di vita. Sono opera di Edmund Hillary e del suo Himalayan Trust i ponti sui fiumi tumultuosi della regione, le scuole dei villaggi degli sherpa, l’aeroporto di Lukla e il piccolo ospedale di Khumjung.

Negli anni, l’apicultore innamorato delle grandi montagne si trasforma in un conferenziere di successo, e di un uomo di relazioni pubbliche. Nel 1984 il primo ministro David Lange lo nomina ambasciatore del suo paese a New Delhi e a Kathmandu.

Grazie al suo lavoro e al suo entusiasmo, la Nuova Zelanda aiuta il Nepal a far nascere il Sagarmatha National Park, che tutela il versante meridionale dell’Everest. Quando alla fine degli anni Ottanta un incendio distrugge il monastero buddhista di Tengboche, è ancora una volta lui a raccogliere i fondi necessari alla ricostruzione.

Sir Edmund, in che cosa consiste l’impegno della Nuova Zelanda per il Parco del Sagarmatha? E il suo personale?

Il governo neozelandese è intervenuto per finanziare un progetto dell’ONU, finalizzato alla realizzazione del Parco. Dal 1976 al 1981 l’area protetta è stata gestita congiuntamente da neozelandesi e nepalesi, ora la direzione e i servizi del Parco sono tutti in mano ai nepalesi. Gran parte del personale, a turno, continua però a partecipare a stagedi formazione in Nuova Zelanda.

Qual è stato l’atteggiamento degli Sherpa di fronte al Parco? È stato visto come un’imposizione esterna, da parte di Kathmandu se non di Wellington?

Come tutte le popolazioni di montagna, all’inizio gli Sherpa erano contrari. Avevano paura di non poter più tagliare legna nei boschi, di non poter far pascolare gli yak. C’è stato un grosso lavoro culturale da fare, e io ho dato il mio contributo. L’Himalayan Trust ha collaborato con degli interventi di rimboschimento nel Khumbu, che durano tuttora. Questo è servito a far capire che un Parco non è solo fatto di vincoli e di restrizioni. Oggi il direttore del Parco è uno Sherpa, e la gente lo appoggia.

I miei lettori italiani sanno chi è Sir Edmund Hillary, sanno dov’è il Khumbu e dov’è la Nuova Zelanda. Ma non sanno esattamente cos’è l’Himalayan Trust.

L’Himalayan Trust è nato nel 1961, durante la mia quarta spedizione nel Khumbu. Ho detto a Urkien, uno dei nostri Sherpa, fortissimo alpinista, che mi sentivo in debito nei confronti della gente dell’Everest, gli ho chiesto un consiglio su che cosa fare. Mi ha risposto che “la vera differenza tra gli occidentali e gli Sherpa sta nell’educazione”. La risposta mi ha colpito, era molto intelligente. Mesi dopo, negli Stati Uniti, ho avviato una raccolta di fondi. Con quelli abbiamo costruito la scuola di Khumjung.

Era l’inizio di un progetto più complesso?

Non pensavo di creare qualcosa di duraturo. Però gli sherpa degli altri villaggi sono venuti a chiedere scuole anche per loro, e la cosa è andata avanti. Abbiamo costruito venticinque scuole, l’aeroporto di Lukla, ospedali e ambulatori. All’inizio ci siamo concentrati sui ponti, che venivano spazzati via dai torrenti gonfiati dal monsone, e spesso facevano delle vittime.

Ed è nata un’organizzazione stabile?

L’Himalayan Trust raccoglie più di 200 mila dollari USA ogni anno, provenienti da Canada, USA e Nuova Zelanda. Esiste una Hillary Foundation con base a Chicago, esiste una struttura analoga in Canada. Però non ho mai voluto creare una burocrazia, siamo una piccola organizzazione che si regge sul lavoro volontario.

Parliamo delle foreste del Khumbu. Si sono deteriorate, ma di chi è la colpa? Dell’aumento della popolazione, dell’incuria degli Sherpa, dei trekker, delle spedizioni?

Gli Sherpa hanno sempre rispettato la loro natura. Vengono dal Tibet, sono abituati all’alta quota e al deserto, sanno quanto sia prezioso ogni arbusto. I trekker oggi rispettano l’ambiente. Le spedizioni sono più arroganti, si preoccupano solo della loro salita, se ne infischiano del divieto e continuano a comprare legna, pagando prezzi salati. È la ricchezza degli occidentali, se male usata, a creare corruzione e degrado ambientale. Rispetto al mio primo viaggio nel Khumbu, nel 1951, la differenza nello stato dei boschi è impressionante.

Quel “viaggio” era la spedizione diretta da Eric Shipton, per esplorare il versante meridionale dell’Everest. È stato più emozionante scoprire la via in una zona di cui non si sapeva nulla, o raggiungere la vetta due anni dopo?

Tutte le spedizioni di Shipton erano delle magnifiche avventure, lui era un esploratore nel senso più completo del termine. Siamo saliti a quasi 6000 metri sul Pumori, siamo stati i primi a vedere al di là della seraccata, verso il Circo, la parete del Lhotse e il Colle Sud – lì c’era una via! Shipton, che era stato molto in alto sulla cresta Nord con le spedizioni d’anteguerra, mi ha indicato la via delle spedizioni dal Tibet, con le due fasce di roccia e il Colle Nord. È stato uno dei momenti più emozionanti della mia vita.

E l’arrivo in vetta all’Everest?

Quando sono arrivato lassù ero soprattutto stupito. Mi dicevo “ma come, ci provano da quarant’anni, e proprio tu, Ed Hillary, ci devi riuscire?”. Poi mi sono preoccupato. Ero stanco, la discesa sarebbe stata lunghissima, ero in ansia per il funzionamento dei respiratori.

Nemmeno un po’ di gioia?

La gioia, enorme, è venuta più tardi, quando siamo tornati tra i nostri compagni. Una volta arrivato al campo-base, ho sentito la BBC dire che la notizia della conquista dell’Everest aveva scatenato l’entusiasmo a Londra durante il corteo per l’incoronazione della regina Elisabetta. Mi sono accorto di aver fatto qualcosa di grande.

Non ha mai avuto il dubbio di non essere stato il primo?

Certo che l’ho avuto! Sulla cima ho cercato segni dell’eventuale passaggio, nel 1924, di Mallory e Irvine. Sono sceso fino alle rocce più alte del versante Nord. Certo, era difficile trovare qualcosa.

Nel 1952 Shipton era stato silurato per far posto a John Hunt. Che effetto le fece questa sostituzione?

All’inizio pessima, e confesso di aver minacciato il ritiro. Poi Hunt mi ha scritto, ammettendo che la manovra c’era stata, e Shipton mi ha chiesto di essere leale col nuovo capospedizione. Con il senno di poi devo dire che forse è stato giusto così. Eric era un uomo da piccole spedizioni, non un organizzatore.

Sir Edmund, non ha mai pensato di quanto fosse strano, in un’epoca di grandi spedizioni nazionali, che una spedizione inglese mandasse in vetta all’Everest uno Sherpa e un neozelandese?

Sul momento no. Ci ho pensato due mesi dopo, durante i festeggiamenti a Londra. La realtà è che allora eravamo molto uniti, io mi sentivo un suddito britannico come gli altri. C’era appena stata la guerra, l’avevamo vinta insieme.

Lei e Tenzing eravate fin dall’inizio i candidati alla cima?

No, ma è stato subito chiaro che eravamo una delle cordate più allenate e veloci. Tenzing era deciso, carico, concentrato. Credo sia stato intelligente, da parte di Hunt, far sì che ci fosse uno Sherpa nella cordata di punta. In Asia, questo ha avuto un’eco enorme.

Una volta conquistata la vetta, non avete pensato a mandare altri alpinisti sulla cima?

Erano altri tempi, contava di più il gruppo, il fatto che la montagna fosse stata salita. Poi, eravamo stanchi, molto stanchi. Wilfrid Noyce forse avrebbe voluto provare, ma c’era il monsone in arrivo. Siamo arrivati in vetta il 29 maggio, e nessuno ha mai più salito l’Everest così tardi, prima delle grandi piogge.

In quegli anni italiani, svizzeri e francesi mandavano in Himalaya i migliori alpinisti delle Alpi. Come definisce la vostra spedizione dal punto di vista tecnico?

Una spedizione di alpinisti medi, molto affiatati, molto allenati, molto decisi a vincere. Tom Bourdillon era il più forte in assoluto, all’epoca era uno dei migliori arrampicatori europei. George Band e Wilf Noyce erano anche loro di buon livello.

E Hillary? Qual’era stata la sua attività alpinistica sulle Alpi?

Poca davvero, qualche salita classica nell’Oberland Bernese e in Austria. Avevo fatto di meglio in Nuova Zelanda, con varie vie nuove sul Mount Cook, sul Mount Tasman e sul Mount La Pérouse. Erano montagne estremamente selvagge, dove si poteva camminare per una settimana prima di iniziare la salita. Si viaggiava carichi come bestie, c’era poco spazio per raffinatezze tecniche.

Poi è arrivato l’Himalaya. Qual è stata la sua prima spedizione?

Nel 1951, in Garwhal, con altri tre neozelandesi. Da lì, Earle Riddiford ed io abbiamo proseguito per il Nepal, ci siamo aggregati a Shipton per dare un’occhiata all’Everest da sud. Abbiamo salito alcune cime vergini, è stata un’esperienza straordinaria. Arrivavi in una valle, ti guardavi intorno, e vedevi decine di montagne, tutte da fare, c’era solo l’imbarazzo della scelta. In questo, la mia è stata una generazione fortunata.

Questo significa che la generazione di oggi lo è meno? Cosa pensa di Reinhold Messner, di Chris Bonington, dell’alpinismo himalayano di oggi?

Di fronte a certe vie non posso che inchinarmi. Però è vero, i tempi sono cambiati. Ai miei tempi contava raggiungere la cima, oggi i problemi sono le pareti, le vie, come sulle Alpi. Ai miei tempi contava moltissimo il gruppo, la vittoria della spedizione. Oggi vedo molto individualismo, e poca solidarietà. L’Himalaya e il Karakorum sono pieni di alpinisti professionisti, noi eravamo dei dilettanti entusiasti.

Corse di velocità, deltaplani, enchaînement. Non le sembra che l’Himalaya e il Karakorum si stiano banalizzando, che stiano diventando un grande circo?

Sì, forse è vero. D’altronde c’è un fascino incredibile nel fare qualcosa che nessuno ha mai fatto prima, nell’arrivare in un posto mai toccato dall’uomo. Io ho avuto il privilegio di arrivare sull’Everest, e poi di traversare una parte mai percorsa dell’Antartide. Oggi le cose mai fatte prima sono tremendamente rare. Se uno si butta in deltaplano dal K2 o fa il giro del mondo in pallone, lo capisco molto bene.

E la spedizione Monzino del 1973? Lei ha criticato, il patron della Standa ha risposto pesantemente…

E’ tutta colpa della mia curiosità. Ero a Namche Bazaar, Monzino mi ha offerto una gita in elicottero al campo-base, ho accettato. Poi, ho raccontato la mia opinione, che è tuttora valida, quella non era una spedizione alpinistica, era un’operazione militare. Decine di cordate, elicotteri per evitare la seraccata, un campo-base dove la tenda di Monzino era piena di tappeti. Forse dovevo essere più gentile, e star zitto.

La seraccata, però, è la parte più pericolosa della via. Non le sembra moralmente lecito saltarla?

No. L’Everest per la via normale è una montagna facile ma pericolosa, e i pericoli fanno parte del gioco. Chi li vuole evitare è libero di scegliere un’altra montagna.

Il suo amico George Lowe, l’altro neozelandese del gruppo del 1953, mi ha detto che “forse Ed Hillary è rimasto prigioniero dell’Everest”. Cosa ne pensa?

Penso che non sia vero. Ho avuto uno straordinario privilegio, quello di arrivare per primo, insieme a Tenzing, sulla vetta più alta della Terra, e poi mi è sembrato giusto impegnarmi per l’Everest e la sua gente. Non sono mai stato uno schiavo. Ho mantenuto una vita privata ben lontana dall’Himalaya, ho vissuto magnifiche avventure anche lontano dall’Everest, dall’Antartide al Gange.

Abbiamo parlato del Parco del Sagarmatha. Quale futuro vede per la natura dell’Himalaya e dell’Asia?

Sono abbastanza ottimista. Gli alpinisti occidentali stanno iniziando a interrogarsi sul loro impatto, e questo è importante. In Asia, sta nascendo una generazione di governanti sensibili al problema. Rajiv Gandhi mi è sembrato sinceramente preoccupato per il futuro delle foreste indiane e delle tigri. In Nepal il principe Gyanendra, fratello del re, è stato tra i promotori del Parco del Sagarmatha e delle altre aree protette del paese. Certo, hanno di fronte dei problemi colossali.

Ci sono momenti in cui la sua popolarità la stupisce, o le dà fastidio?

Nel mio lavoro attuale mi aiuta. Ogni bambino indiano studia il mio nome, insieme a quello di Tenzing, sui libri di scuola, e questo per un ambasciatore è un vantaggio. Il primo ministro David Lange, quando mi ha proposto questo ruolo, lo sapeva benissimo. Poi, la gente conosce il mio nome ma non la mia faccia, per strada giro tranquillo, non sono un cantante rock. Piuttosto mi lascia sbalordito come ogni anno, nelle mie conferenze negli USA o in Europa, arrivi sempre qualcuno a chiedermi “come mai, dopo di lei, nessuno è più salito sull’Everest”. Dio mio, è così importante essere arrivato per primo da qualche parte?

Losanna, febbraio 1987. Pubblicata su “Repubblica” e su “Alp”, ripresa nelle due edizioni (1989 e 2017) dei miei “Incontri ad alta quota”.

Dopo questa intervista in Svizzera riesco a vedere solo un’altra volta Sir Edmund Hillary. Accade a Kathmandu, nel maggio del 2003, in occasione della parata per il Golden Jubilee, il cinquantenario della prima ascensione all’Everest. Mi farebbe piacere salutarlo, ma io sono schiacciato in mezzo al pubblico, e Sir Edmund è sul palco delle autorità insieme agli altri festeggiati della giornata. Lo vedo stanco, appesantito, ma felice di essere lì.

Negli ultimi anni della sua vita, il conquistatore dell’Everest passa da un’onorificenza all’altra. Nel 1995, nel castello di Windsor, la regina Elisabetta lo insignisce dell’ordine della Giarrettiera, il più importante del Regno. Accanto a lui, riceve lo stesso titolo l’ex-primo ministro Margaret Thatcher.

Edmund Hillary muore nel 2008 a Auckland. Secondo le sue ultime volontà le sue ceneri vengono in parte disperse nella baia davanti alla città, e in parte trasferite in un monastero nepalese.

“Ho visitato molti paesi e ho visto molti luoghi di grande bellezza” ha scritto in View from the Summit, la sua autobiografia del 1999. “Ma mi sento fortunato di essere nato in Nuova Zelanda, un paese con una popolazione limitata dove è facile visitare le montagne ricoperte di ghiacci, le foreste, i laghi, i fiumi selvaggi, e l’oceano sempre vicino. L’avventura, in Nuova Zelanda, è sempre a portata di mano”.