L’ultimo giorno di maggio, come ogni anno, la stagione delle ascensioni all’Everest si è conclusa. I numeri sono da record: 1008 alpinisti sulla vetta, 274 dei quali in un solo giorno. Hanno migliorato i loro primati degli straordinari personaggi come Kami Rita Sherpa (32 volte in vetta, un record assoluto), e la guida inglese Kenton Cool, le cui 20 salite a 8848 metri di quota sono il record per i non-nepalesi. La capacità di gestire i flussi di alpinisti in salita e in discesa dimostra ancora una volta la bravura delle grandi agenzie nepalesi e straniere.
Il numero delle vittime impone una riflessione. Sono pochi, tanti o “giusti” (che uso orribile per questa parola!) cinque morti di fronte ai più di mille alpinisti che hanno festeggiato sulla cima? Ogni morte, non solo in montagna, è una tragedia, ma se si pensa alla strage del 1996, resa celebre da Jon Krakauer con il suo “Aria sottile”, o alle grandi valanghe del 2014 e del 2015, viene da dire che in fondo quest’anno è andata bene. Anche il grande seracco in bilico, che ha costretto gli Icefall Doctors a rinviare più volte l’apertura ufficiale della via, è rimasto al suo posto.
Ma i morti, lo sappiamo, non si devono solo contare. Quest’anno abbiamo ricordato con commozione la fine della guida neozelandese Rob Hall, che si è spento trent’anni fa, il 10 maggio del 1996, sulla Cima Sud dell’Everest, ed è rimasto fino all’ultimo in contatto via radio con la moglie Jan Arnold, incinta.
Fa altrettanta impressione, pochi giorni fa, la scomparsa della guida Dawa Sherpa della Himalayan Traverse Adventure, una delle agenzie nepalesi minori che tentano, di replicare i fasti delle blasonate Seven Summit Treks, 8K Expeditions ed Elite Expeditions. Il gruppo è arrivato in vetta nel pomeriggio del 29 maggio, Dawa è rimasto indietro per aiutare un cliente polacco, poi di lui si sono perse le tracce nella parte alta della parete del Lhotse.
“Non si sa se sia stata tentata un’operazione di soccorso. La fine della stagione, da caotica, è diventata scioccante” ha scritto su ExplorersWeb l’amica e collega Angela Benavides. “Ci sono stati congelamenti ed evacuazioni in elicottero, tenuti sotto silenzio per evitare pubblicità negativa” ha aggiunto sul suo blog un altro grande cronista dell’Everest come Alan Arnette.
Il tema delle agenzie minori, che a volte per aprirsi un mercato accettano qualche rischio di troppo, ha già fatto vittime evitabili sull’Everest, e non solo lì. Anche i sei alpinisti uccisi nello scorso autunno da una valanga sui 5400 metri dello Yalung Ri (tra loro gli abruzzesi Paolo Cocco e Marco Di Marcello) si sarebbero forse potuti salvare se i loro team avessero atteso uno o due giorni che la neve si assestasse. L’Himalaya è feroce, ma gli errori dell’uomo pesano.
Nella foto, il mio unico “giro” sull’Icefall (la grande seraccata) dell’Everest, nell’ormai lontano 1997. Grazie ancora ad Agostino Da Polenza!
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