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Luigi Amedeo di Savoia, il celebre Duca degli Abruzzi, è un protagonista dell’esplorazione italiana (e non solo) negli anni tra l’Otto e il Novecento. Nel 1897 sale i 5514 metri del Monte Sant’Elia, sul confine tra il Canada e l’Alaska, due anni dopo tenta di raggiungere il Polo Nord. La sua spedizione più nota è quella del 1909 sul ghiacciaio Baltoro, in cui tenta il K2 e poi il Chogolisa.

Il suo più grande successo, però, è l’esplorazione del Ruwenzori, la straordinaria e selvaggia montagna che si alza sul confine tra l’Uganda e il Congo. Il 18 gennaio del 1906, insieme alle guide di Courmayeur Joseph Pétigax, César Ollier e Joseph Brocherel, il Duca tocca i 5119 metri della cima più alta, che dedica alla regina Margherita di Savoia. Nei giorni successivi raggiunge un’altra dozzina di vette, che dedica a esponenti delle famiglie reali d’Italia, del Regno Unito e del Belgio. “Perfetta in tutte le sue parti” definisce la spedizione Filippo de Filippi, cronista delle imprese del Duca.

Cent’anni esatti più tardi, il 18 luglio del 2006, torno sulla Punta Margherita insieme a Giampiero Di Federico, a Lorenzo Cremonesi e a sua moglie e a due guide del Rwenzori National Park ugandese. Il giorno prima, con un gruppo di amici, è stato in vetta Giuseppe Pétigax, guida di Courmayeur e nipote di Joseph: incontrarlo al rifugio Elena è una bella esperienza. Gian Pietro Verza, custode della Piramide dell’Everest, rinuncia alla cima e rimane più in basso per piazzare una centralina meteo. Agostino da Polenza, fondamentale per organizzare il tutto, stavolta e’ rimasto in Italia.

Un paragone con il 1906 non ha senso, ma nel suo piccolo è una spedizione perfetta anche la nostra, nonostante il fango, la pioggia e i segni del cambiamento climatico ad alta quota. All’epoca del Duca degli Abruzzi, creste e pareti erano interamente di neve e ghiaccio. Nel 2006 prevaleva già la roccia, come si vede bene dalla foto. E oggi?