Seleziona una pagina

Domenica 21 giugno è andata bene. Un escursionista che scendeva per la Cresta Ovest (o Via delle Creste) del Corno Grande è scivolato per un centinaio di metri su un nevaio. Ferito ma vivo, è stato recuperato e trasferito in ospedale, con la solita perizia, dal Corpo Nazionale Soccorso Alpino. Sul comunicato stampa del CNSAS si legge che l’uomo “non disponeva di attrezzatura adeguata”. Ma quale?

Stesso mistero sui Monti Sibillini dove, da tempo, l’estensione del Lago di Pilato attira centinaia di escursionisti. Se si sale da Foce non ci sono problemi, se si arriva da Forca di Presta toccando il rifugio Zilioli sì, perché dopo le Roccette si deve scendere per un ripido nevaio. Il Comune di Montemonaco, in un comunicato ripreso dal Parco e da alcune Sezioni del CAI, ha giustamente invitato alla prudenza.

Ma anche qui, e scusate la battuta, il linguaggio scelto è sibillino. “Il transito è consentito esclusivamente a escursionisti con comprovata esperienza e attrezzatura tecnica idonea” recita l’ordinanza del Comune. Nemmeno una riga, però, spiega cosa sia questa “attrezzatura idonea”.

La risposta è semplice, una piccozza e un paio di ramponi. Oggetti facili da acquistare, che non costano molto, che bisogna imparare a usare. E che, alla fine della primavera, trovano ancora spazio nello zaino degli escursionisti che si avventurano verso le cime più alte dell’Appennino, dove le ultime lingue di neve resistono ancora, e spesso sono dure come il marmo.

Tra i luoghi più pericolosi, fino ai primi giorni di luglio, sono proprio le vie normali del Corno Grande da Campo Imperatore e dai Prati di Tivo, il sentiero per il rifugio Franchetti e il Calderone, e le Roccette sopra al Lago di Pilato. D’inverno, la mancanza di piccozze e ramponi rischia di causare stragi tra l’Albergo di Campo Imperatore e il rifugio Duca degli Abruzzi, sulla cresta tra il Blockhaus e il bivacco Fusco e in altri luoghi. Ma le parole “piccozza” e “ramponi” non compaiono mai, da nessuna parte. Perché?

Da qualche anno, il Parco della Maiella, il Parco Sirente-Velino e il Parco d’Abruzzo, Lazio e Molise hanno installato all’inizio dei loro sentieri delle tabelle piene di simboli e simboletti, da un drone a una fiamma stilizzata (entrambi vietati, giustamente). Lo stesso accade sui rispettivi siti. All’inizio dei sentieri attrezzati, sull’Appennino e sulle Alpi, apposite tabelle mostrano un casco, un imbrago e le longe con moschettoni.

Aggiungere dove servono una piccozza e un rampone, con l’indicazione del periodo, non sarebbe difficile per i grafici, ed eviterebbe guai seri agli escursionisti inesperti che, se leggono semplicemente di “attrezzatura adeguata” magari partono dotati di catenelle o di ciaspole, che su un bel pendio di neve dura sono utili come un paio di pinne.  

Citarsi non è bello, ma qualche volta ci vuole. Per decenni, fin dai primi anni Ottanta, nelle mie guide dedicate ai sentieri dell’Appennino (Gran Sasso, Lazio, Abruzzo, eccetera…) ho ripetuto come un mantra che “con la montagna innevata, e a volte fino alla primavera inoltrata, l’Appennino oltre i 1000/1500 metri è terreno alpinistico, da affrontare con piccozza, ramponi ed esperienza adeguata”. Continuo a farlo, ma vedo che altri autori, non scrivono nulla del genere. Perché? Temono che qualche lettore si scoraggi?

Qualche mese fa, sul sito Montagna.tv e sul mio blog, ho denunciato il fatto che la piattaforma statunitense All Trails, insieme a Repubblica e ad altri quotidiani, consigliava di salire con le ciaspole ai piedi al Vettore sui Sibillini, al Morrone della Maiella e perfino al Corno Grande del Gran Sasso. A volte l’ignoranza può diventare un’istigazione al suicidio.   

Ripeto la domanda, perché? Non credo che la Grivel, la Camp, la Cassin e gli altri ottimi produttori – italiani e non – di ramponi e piccozze abbiano fatto un qualche tipo di sgarbo ai sindaci, ai responsabili dei Parchi, agli editori e tantomeno al Soccorso Alpino. Un amico avvocato suggerisce che, forse, elencare l’attrezzatura tecnica necessaria può far diventare corresponsabili se qualcuno la compra, parte senza saperla utilizzare e si fa male. Non so.

Qualche anno fa, salendo d’inverno da Civitella Alfedena a Forca Resuni, ho trovato il canalino finale della Val di Rose trasformato in un imbuto di neve dura. Ho calzato i ramponi, sono salito senza problemi, ho dato una mano a una coppia di escursionisti di Napoli. La signora, rivolta al compagno o marito, ha esclamato “amore, quando compri anche a me quelle scarpe con le punte?”. Cari tutti, perché non proviamo a spiegare che le “scarpe con le punte” non ci sono, ma si possono fissare delle ottime punte alle scarpe?