Una settimana fa, mercoledì 15 luglio, i pochi visitatori del settore nord-orientale della Maiella si sono trovati davanti a uno sfarfallare di elicotteri. In una serie di rotazioni dal fondovalle (la base dell’Eliabruzzo è a San Martino sulla Marrucina, presso Guardiagrele), decine di ospiti sono stati trasportati a 2035 metri di quota per l’inaugurazione del nuovo rifugio Martellese, uno dei punti di appoggio più remoti e più belli della Maiella.
“Un nuovo presidio per la biodiversità e il turismo sostenibile” recita il comunicato del Parco, che prosegue spiegando che a finanziare i lavori è stata la Regione Abruzzo attraverso il Fondo Unico Nazionale per il Turismo, per un importo di 80.105,49 euro più IVA.
Erano presenti all’evento, insieme ad altri, il presidente della Regione Marco Marsilio, il Sottosegretario con delega al Turismo Daniele D’Amario, i sindaci di Pennapiedimonte Rosalina Di Giorgio, e di Palombaro Rosalia Di Martino, la tenente colonnello Enrica Rapposelli dei Carabinieri Forestali, il commissario e il direttore del Parco nazionale della Maiella Lucio Zazzara e Luciano Di Martino. C’erano molti esponenti del CAI, a iniziare dal presidente regionale Francesco Sulpizio, e del Soccorso Alpino e Speleologico Abruzzo.
Apprezzo personalmente, e ne ho scritto professionalmente più volte, il nuovo impegno della Regione Abruzzo per i rifugi e i bivacchi della Maiella, del Gran Sasso e di altri massicci. Non posso che applaudire le parole del commissario del Parco Zazzara, che davanti al nuovo Martellese ha ricordato che l’inaugurazione del 15 luglio “segna l’avvio del restauro di ben cinque rifugi e bivacchi nel territorio del Parco”.
Un elenco che include il rifugio Capoposto del Morrone e i rifugi Manzini e Fonte Tarì della Maiella. Merita un capitolo a parte il rifacimento dello storico bivacco (Pelino? Maiorano-Pelino? Qualcos’altro? Il nuovo nome non è ancora stato annunciato) della Sezione di Sulmona del CAI sui 2793 metri del Monte Amaro, la vetta più elevata del gruppo.
Parlando del nuovo Martellese, il direttore Luciano Di Martino ha testualmente detto “non lo consideriamo solo un riparo per i camminatori, ma un avamposto scientifico: un laboratorio in quota che ci permetterà di monitorare da vicino la straordinaria biodiversità della Maiella”. Parole importanti, ma che fanno insorgere un dubbio. I camminatori possono utilizzare la struttura?
La risposta è no, almeno fino a una data imprecisata. Tre giorni dopo l’inaugurazione, in un altro comunicato, il Parco ha avvisato che “il rifugio Martellese è attualmente chiuso, in attesa che i competenti Uffici regionali provvedano alla definizione del procedimento di affidamento in gestione. Attualmente il rifugio è in uso all’Ente Parco, al Reparto Carabinieri Parco e al Soccorso Alpino e Speleologico Abruzzo”.
Mi dispiace, ma così non va bene. L’Abruzzo, da qualche anno, è pieno di rifugi e bivacchi, realizzati e installati con ampio (e di per sé sacrosanto) uso di fondi pubblici, ma che per un motivo o per l’altro non sono accessibili a chi cammina.
L’elenco include il rifugio Mandra Murata del Sirente (mai aperto in 15 anni!), il nuovo rifugio San Nicola del Gran Sasso, il rifugio di Prato Rosso nel PNALM, il rifugio Casaloe da Monte del Velino chiuso e abbandonato da due anni, il bivacco Desiati della Fornaca installato con l’aiuto della Protezione Civile regionale ma privo di materassi e coperte e quindi ben poco utile in caso di emergenza.
E’ di pochi giorni fa la chiusura del rifugio Fioretti, ai piedi del Monte Corvo, causata dalla mancata sistemazione della carrozzabile della Valle del Chiarino, che rende l’accesso troppo lungo per l’escursionismo tranquillo che è consono a questi luoghi.
Nonostante la quota relativamente modesta (2035 metri, ma sulla Maiella orientale si parte a piedi da 5 o 600), e nonostante la possibilità per il personale del Soccorso e del Parco di raggiungerlo in fuoristrada, il rifugio Martellese sorge in un luogo particolarmente remoto, ad almeno 4 ore di cammino dal fondovalle, oppure alla fine di lunghissime e impegnative traversate della Cima delle Murelle e del Monte Acquaviva.
Trovarlo chiuso, da qualunque parte si arrivi, espone gli escursionisti a un pericolo serio. Pensare che, a questa distanza dal fondovalle, possano arrivare comitive di vandali da cui difendersi sembra francamente ridicolo. Affermare, come fa il comunicato del Parco, che il rifugio Ugni sorge “nelle immediate vicinanze del Martellese” è un’informazione non vera, perché tra le due strutture c’è circa un’ora di cammino, che può aumentare in caso di forte stanchezza o maltempo.
Non conosco abbastanza il burocratese per capire cosa significhi in termini di possibili soluzioni e di tempi l’iter dei “competenti Uffici regionali” annunciato dal Parco. Temo però che le cose possano andare per le lunghe, e che la decisione possa essere quella di lasciare il rifugio chiuso a chiave. Caro Parco, cari sindaci, caro presidente Marsilio, ci potete dare qualche notizia in merito, e possibilmente in tempi brevi? Grazie mille.
PS. Se la scelta sarà quella di un punto d’appoggio riservato a ricercatori, personale di vigilanza e soccorritori (tutte categorie benemerite, sia chiaro) è stato corretto, anche dal punto di vista formale, finanziare i lavori con fondi destinati al Turismo? Sarebbe simpatica una risposta anche su questo punto.
Caro Stefano,
Ottima l’analisi dei fatti e particolarmente centrata la domanda conclusiva, alla cui risposta, forse, tutti immaginiamo già quale sia.
È triste ammetterlo, ma l’Abruzzo è diventato la terra delle chiusure, dove la chiusura rappresenta troppo spesso la soluzione a tempo indeterminato a problemi e questioni che richiederebbero invece un’apertura di vedute.
Sbarre abbassate, strade chiuse, accessi contingentati, divieti di accesso, sentieri a senso unico, chiusure preventive, chiusure stagionali, funivie ferme, cabinovie sequestrate, rifugi fantasma e rifugi nuovi ma chiusi.
Il turismo di montagna in Abruzzo è in stato di arresto e sembra costretto a scontare la pena dell’ergastolo in un regime di libertà apparente, anzi condizionata.
Un caro saluto,
Luigi Nespeca
Grazie Luigi, condivido in buona oparte la tua analisi.
Credo che in queste vicende, ormai da anni, si incontrino incapacità di gestire la burocrazia, e ignoranza di quel che accade sulle Alpi e altrove. In più, anche nei Parchi, ha spazio un estremismo ambientalista che punta a ridurre comunque l’afflusso in quota lasciando degradare strade di accesso e rifugi, come dimostrano la Valle del Charino, la Fornaca e gli stessi Piani di Pezza. Facendo in questo modo, però, si rischia di complicare il lavoro ai gestori dei rifugi, alle guide escursionistiche,e a tutti quelli che cfercano di vivere di montagna nei paesi. Per salvare i Parchi, li si uccide…
Alla luce di quanto dici, e di quanto leggiamo in continuazione, mi viene solo da ripetere quello che dico spesso: siamo una regione di montagne senza una cultura di montagna. Se mai c’è stata, si è persa per scelte politiche scellerate.
Analisi puntuale, precisa e molto condivisibile.
Non dimentichiamoci del Rifugio Pomilio, che pur essendo passato nelle mani del Comune di Rapino, rimane inesorabilmente e tristemente chiuso senza che nessuno abbia spiegato il perchè e su cui il Parco non mi pare si sia mai pronunciato.
Aggiungo , qualora fosse utile , il destino del Rifugio di Iorio , ristrutturato anni fa con pannelli solari , dato in gestione e poi abbandonato . Oggi fatiscente nn possiede nemmeno un accesso di emergenza e noi frequentatori abituali sappiamo quanto sarebbe utile nelle fredde giornate invernali . Purtroppo bisogna ammettere che il turismo di montagna nn ha niente a che vedere con quello dell’Alto Adige dove , piaccia o non piaccia , c’è una mentalità orientata allo sfruttamento ordinato della montagna . Da noi al centro sud comandano i politici con tutte le disastrose conseguenze che sappiamo .
Tutte cose giuste. Non ha senso un rifugio chiuso, proprio perché deve dare eventuale rifugio, appunto, e riparo a chi si può trovare in difficoltà in montagna, causa maltempo o altro.
Inoltre trovo raccapricciante che si riempiono la bocca di parole come biodiversità e turismo sostenibile e raggiungono il rifugio per l’inaugurazione con voli in elicottero che non è assolutamente un mezzo sostenibile. Un mezzo che è indispensabile per il soccorso alpino ma non necessario e altamente costoso per la comunità soltanto per trasportare politici e altri per una semplice inaugurazione.