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Oltre un centinaio di vittime, almeno 500 dispersi tra residenti e viaggiatori (anche italiani) diretti verso il vento e il cielo sereno del Tibet, dove il monsone che inonda in questo periodo il Nepal non arriva. E poi comitive di pellegrini arrivate dall’India, e dirette verso il Monte Kailash e il Lago Manasarovar, sull’altopiano tibetano, due mete sacre a molte religioni dell’Asia.

Ci vorrà qualche giorno per avere un bilancio preciso dell’alluvione che ha investito la mattina del 26 agosto 2026 Timure, Syarubesi e Rasuwagadhi, il più importante valico di frontiera tra il Nepal e la Repubblica Popolare Cinese, alla quale appartiene da quasi ottant’anni il Tibet.

La polizia, l’esercito e la protezione civile del Nepal, insieme ad alcuni elicotteristi privati decollati da Kathmandu, lavorano alacremente da ore per recuperare i dispersi. Il numero di case, ponti e altre strutture spazzate via è enorme. Hanno offerto subito aiuti, tra gli altri, gli Stati Uniti, l’India, la Cina e la Banca Mondiale.

Come sempre in questi casi, il numero reale delle vittime si saprà soltanto alla fine. Ma chi ha visto i video dell’alluvione che circolano da ore in televisione e sul web sa che il bilancio sarà certamente pesante.

A esondare con una forza inaudita è stata la Bhote Kosi, il “fiume del Tibet”, che poco più di un anno fa aveva devastato la stessa zona con una piena appena meno violenta. Non è chiaro se a scatenare l’ondata sia stato un GLOF (Glacial Lake Outburst Flood), una piena causata dal collasso di un lago glaciale, o il crollo di un ghiacciaio dovuto a un altro motivo. Il riscaldamento del clima, presente in Himalaya come sulle Alpi e altrove, è comunque alla base della tragedia.  

Giovanni Crosta, geologo dell’Università di Milano Bicocca (un ateneo in prima fila, da anni, nello studio dei cambiamenti climatici in Asia) ha spiegato qualche ora fa a Repubblica che a causare l’alluvione è stato “il collasso di una parte di un ghiacciaio, circa 10 milioni di metri cubi di ghiaccio, caduto per circa 1400 metri di dislivello fino al fiume sottostante”.    

Il fenomeno, ha spiegato ancora Crosta, è stato registrato dai satelliti ma anche dai sismografi, perché nella zona, in quel momento, si è verificato un sisma di magnitudo 5.2, quasi certamente scatenato dall’impatto.

L’ICIMOD (International Centre for Integrated Mountain Development), l’istituto scientifico con sede a Kathmandu, al quale partecipano gli otto Paesi della zona e che studia da decenni l’Himalaya e le catene vicine, spiega in un comunicato che “le acque della Bhote Kosi si sono alzate improvvisamente intorno alle 9 ora nepalese (le 5.15 in Italia), e che l’ondata di piena ha raggiunto anche il fiume Trisuli, uno dei principali del Nepal, creando preoccupazione anche in molte aree più a valle.

L’ICIMOD, nella prima valutazione pubblicata sul suo sito, non utilizza il termine GLOF, ma afferma che “un grande volume di detriti di ghiaccio e roccia è entrato nel Lende Khola, un affluente del Bhote Kosi. Secondo i ricercatori, “l’evento ha generato un’improvvisa crescita del livello del fiume, che ha portato con sé, insieme all’acqua, sedimenti e grandi massi”.

Chi ha visitato l’Himalaya negli ultimi anni, per una spedizione alpinistica o un trekking, ha visto come ghiacciai in precedenza compatti come quello del Khumbu, ai piedi della frequentatissima via normale nepalese dell’Everest, accolgano oggi decine di laghi e laghetti, pronti a scatenare alluvioni nel caso del crollo di un diaframma di ghiaccio.

I GLOF, da sempre, esistono su tutte le montagne del mondo. Nel 1892, il collasso di un lago sul ghiacciaio di Tête Rousse, sul versante francese del Monte Bianco, ha ucciso più di 200 persone nelle sottostanti terme di St.-Gervais-les-Bains. In tempi recenti, fenomeni simili hanno causato danni e vittime sulla Marmolada e nel villaggio di Blatten, in Svizzera.

A complicare le cose in Himalaya, oltre al numero e all’estensione dei ghiacciai, molti dei quali monitorati solo attraverso i satelliti, è il fatto che la frontiera tra il Tibet (oggi parte della Cina) da un lato, e l’India e il Nepal dall’altro, non segue un crinale spartiacque come sulle Alpi, ma taglia semplicemente dei pendii.

A causa del riscaldamento globale, i potenziali GLOF continuano ad aumentare. A rischiare di trasformarsi in assassini, oltre alla Bhote Kosi, sono grandi fiumi come l’Indo e il Brahmaputra, e decine di corsi d’acqua meno noti, che attraversano valli e altopiani deserti prima di avvicinarsi alle zone popolate.

Per limitare il rischio di nuove stragi serve più cooperazione scientifica, e l’ICIMOD, che comprende ricercatori di Afghanistan, Bangladesh, Bhutan, Cina, India, Myanmar, Nepal e Pakistan, è un esempio positivo e famoso. Serve l’impegno di istituti e università di tutto il mondo, e il lavoro dei ricercatori di Milano Bicocca, ma anche di Ev-K2-CNR e di altri soggetti italiani è esemplare.

Serve (o servirebbe) anche, a livello planetario, un impegno di tutti i Paesi, piccoli e grandi, per frenare il riscaldamento globale limitando le emissioni di gas serra, e per prevenire dove possibile i fenomeni (desertificazioni, alluvioni, migrazioni di popoli) che il riscaldamento scatena. Su questo, però, il mondo sta andando nella direzione sbagliata. Auguri al Nepal e a tutti noi.