Sono entrato pochissime volte nel palazzo di Corso Italia 25, a Roma, che è stato aggredito qualche giorno fa dalla violenza di neofascisti e no-Vax. La prima volta, nell’estate di 32 anni fa, è stata per intervistare Bruno Trentin, un mito della sinistra e del sindacato italiano, a proposito del suo alpinismo. Quell’intervista, uscita su “Repubblica” il 25 luglio del 1989, e che poi ho ripreso in una versione diversa e più ampia su “Alp”, è stata un piccolo scoop, reso possibile da tanti incontri in falesia e in montagna, e dall’amico Franco Cravino. La di sabato scorso mi ha spinto a rileggerla. Mi è piaciuta, mi sembra che contenga degli spunti ancora attuali, ve la propongo.
A proposito, prima di fare il sindacalista e l’alpinista Bruno Trentin è stato il più giovane comandante partigiano d’Italia. Chi ha pianificato e compiuto l’aggressione di sabato può accomodarsi nelle fogne.

“I DIRITTI DELLA MONTAGNA”
Scalatore Trentin, tra fabbrica e Dolomiti
di Stefano Ardito
Si chiama “via Fiom”, non è una strada di Mirafiori o di Arese, né una traversa di Corso d’Italia, il viale della Roma umbertina dove ha sede il maggiore sindacato italiano. E’ un itinerario su roccia, una linea verticale sulle pareti del Sasso di Landro, nel cuore delle Dolomiti, accanto alle Tre Cime.
Ad aprirla, alle soglie dell’autunno caldo, è stata una cordata di tre. Franco Cravino e Bruno “Dado” Morandi, due dei migliori alpinisti romani di sempre. E Bruno Trentin, all’epoca leader dei metalmeccanici, e oggi segretario della CGIL.
Sulle pareti di Lavaredo, Trentin è tornato più volte. Nel 1987, nell’estate dei suoi 61 anni, si è tolto lo sfizio di salire, con una guida della Val Pusteria, uno dei sesti gradi più belli delle Dolomiti. Lo Spigolo Giallo, trecento metri di calcare giallo, verticale, impressionante. Una bella impresa per qualunque alpinista.
“La montagna è un amore antico, di sempre” racconta Trentin. All’alpinismo sono arrivato tardi, a trent’anni passati. Ho fatto qualcosa sulle Dolomiti, ho proseguito al Gran Sasso, ho incontrato i migliori arrampicatori romani del tempo. Pensavo a un mondo alpinistico clericale, in qualche caso fascista. Loro cantavano canzoni partigiane, è la cosa che mi ha stupito di più”.
Per gli arrampicatori della Capitale e dintorni, quella di Bruno Trentin è una presenza consueta. Nelle domeniche di primavera e d’autunno è facile incontrarlo sulle pareti del Monte Morra in Sabina, sulle torri di Leano affacciate su Terracina e il Circeo, sulla magnifica scogliera verticale di Gaeta. I suoi compagni di cordata raccontano di un alpinista sicuro, incredibilmente deciso.
“Non è stato facile, all’inizio” prosegue Trentin. “La sinistra degli anni ’60 era diversa da quella di oggi. Le domeniche in montagna a qualcuno sembravano un’eresia, una fuga. Sono stato criticato per questo, a volta addirittura diffidato. Oggi la differenza è enorme. Al Gran Sasso, in estate, il mio compagno di cordata abituale è Giovanni Lolli, segretario regionale del PCI e tra i migliori alpinisti abruzzesi”.
Da passatempo che lasciava stupiti i compagni di un tempo, la montagna è diventata una passione bruciante, difesa con le unghie e con i denti dalle insidie di un’agenda straripante di impegni. Ci ho messo del tempo per capirlo. Con il tempo l’arrampicata è diventata una salvezza, una cura. Richiede impegno fisico, e insieme concentrazione: è l’unica cosa che mi fa vivere per una giornata senza pensare a nient’altro”.
“Certo, il tempo è tiranno. Riesco ad arrampicare una volta al mese d’inverno, una quindicina di giorni ogni estate. Tre o quattro vie al Gran Sasso, una decina sulle Dolomiti. Il Monte Bianco mi piacerebbe, ma ho paura di sprecare un’estate. Lì con il brutto tempo sei bloccato, in Dolomiti anche se pioviggina qualcosa si combina sempre. Per concentrarmi sull’arrampicata, non ho nemmeno imparato a sciare.
Un alpinismo classico, serio, su difficoltà sostenute. Molte vie dolomitiche di quarto e quinto grado, lunghe, su grandi pareti. Lo spigolo della Punta Fiames, quello del Crozzon di Brenta, il diedro Fehrmann del Campanile Basso, la Sud della Marmolada. Due sole vie nuove in montagna, una sul Crodòn di San Candido e poi la via FIOM.
“E’ una bella arrampicata, niente di eccezionale” sorride Trentin. “Certo, il nome è datato. La cosa divertente è che la guida ufficiale del CAI, all’epoca, ha censurato una via con un nome così sovversivo. Lo stesso, al Gran Sasso, è successo in quegli anni con la via Che Guevara aperta da alpinisti ascolani. Però erano dei censori ignoranti. Lì vicino c’è la via Iskra, aperta dal mio amico Cravino, e quella non l’ha censurata nessuno. Non sapevano che è il nome del primo giornale di Lenin”.
“Solo da poco, d’altronde, la sinistra ha acquistato diritto di cittadinanza in montagna. E’ vero, una patina militarista e bigotta ha sempre ricoperto tutto. Basta pensare all’identificazione, per il grande pubblico, tra gli alpinisti e gli alpini. Ai toni esaltanti, a volte nazisti, di certa letteratura di montagna. Invece molti dei migliori alpinisti anni ’30 sono diventati partigiani. Alfonso Vinci comandava la brigata Garibaldi della Valtellina, Vittorio Ratti è stato ucciso dai tedeschi a Lecco nel 1944.
Alle soglie del Duemila, il sindacato e il mondo degli alpinisti hanno una cosa in comune. Devono fare i conti con i problemi dell’ambiente, trascurati per decenni. Trentin non si tira indietro.
“Il problema è enorme, anche se temo un certo fondamentalismo. Non so se la natura ha dei diritti, sicuramente l’uomo ne ha molti. Tra questi c’è quello di potersi muovere in spazi di natura relativamente incontaminati. E’ una cosa che ho imparato in montagna, che riporto nel sindacato, nella mia vita quotidiana”.
“Parlavo di retorica, e in montagna se n’è fatta troppa. Però sono convinto che l’alpinismo sia una scuola di vita: mette alla prova, può far litigare o far nascere grandissime amicizie. In questo è simile al carcere. Poi c’ è anche il gioco: il sentirsi esploratori dell’ignoto anche su una via già percorsa da cento persone”.
Oggi, a parte gli elicotteri di papa Wojtyla, l’immagine della montagna è allegra, facile, spensierata. Free-climber in tute colorate, ottavo e nono grado, nessun pericolo. “Io sono un alpinista classico, se non altro per l’età. Ma non disprezzo questi ragazzi, casomai li invidio. Certo, penso che dopo le loro pareti debbano anche andare in montagna. Nel mio studio, alla CGIL, c’ è una grande foto di un arrampicatore sportivo. Mi piace”.
E’ la sola, Trentin? “No, ce n’è anche un’altra, completamente diversa. Una foto di Guido Rossa, il sindacalista genovese ucciso dalle Brigate Rosse. Era un fortissimo alpinista, uno dei migliori della sua generazione. Non c’è solo il gioco, lo sport: la montagna è un impegno che continua nella vita”.