Montagne del Vercors, Prealpi francesi, estate del 1492. Manca un mese e mezzo alla partenza di Cristoforo Colombo per le Americhe quando un gruppo “di uomini d’arme e di chiesa” si lancia in una navigazione di tutt’altro genere.
Invece delle correnti, dei venti e della immensità dell’Atlantico, Antoine de Ville e i suoi compagni di avventura sfidano le rocce verticali, i canaloni franosi, i minacciosi camini del Mont Aiguille, il “Mons Inaccessibilis”, la torre rocciosa più spettacolare del Delfinato.
L’equipaggiamento, le tecniche di salita, le motivazioni dell’impresa sono lontanissimi da quelli degli alpinisti di oggi. Della comitiva fanno parte un costruttore di scale e un tagliapietre convocato dal cantiere dove sta nascendo la Cattedrale di Montpellier. Il percorso viene abbondantemente attrezzato. A dare l’ordine di salire sulla cima, che tocca i 2097 metri, è stato il re Carlo VIII in persona.
De Ville e compagni restano per qualche giorno sulla spianata sommitale del Mont Aiguille, dove innalzano tre croci di legno e costruiscono un piccolo riparo in pietra. Tre giorni dopo la loro ascensione un notaio si rifiuta di salire sulla vetta.
Però testimonia ugualmente, dal basso, che la montagna è stata veramente raggiunta. “Certifichiamo di essere stati presenti mentre queste cose si svolgevano, e averli visti e ascoltati mangiare, bere e riposare su quella montagna”.
L’impresa del 1492, in Francia, non passa inosservata. Qualche anno più tardi, nel suo “Gargantua e Pantagruel”, il grande scrittore François Rabelais scrive di “un monte che ha la forma di una zucca e, a memoria d’uomo, nessuno riuscì a salirvi ad eccezione di Doyac, capitano di artiglieria di re Carlo VIII, il quale, con mirabili marchingegni, arrivò fino alla cima dove trovò un vecchio ariete”.
“Doyac”, come abbiamo già visto, è in realtà Antoine de Ville. Sul prato ondulato che forma la sommità del Mont Aiguille, invece dell’ariete di Rabelais, incontra un magnifico branco di camosci, capaci di raggiungere la cima sfruttando canaloni e cenge difficili e pericolosi per l’uomo. Non sappiamo se le loro corse per rocce e ghiaie emozionino l’uomo arrivato sulla vetta per ordine del suo re.
Molto più tardi, nell’Ottocento, la via percorsa da Antoine de Ville e compagni viene attrezzata con dei cavi metallici. Nell’ultimo secolo sulle pareti della montagna vengono tracciate decine di vie di arrampicata, che la cattiva qualità della roccia rende poco attraenti. Nel 1957, il pilota Henri Giraud riesce a posarsi con un piccolo aereo sull’altopiano sommitale.
Molti storici dell’alpinismo fanno partire la storia dell’alpinismo dall’ascensione di Francesco Petrarca al Mont Ventoux, in Provenza, il 26 aprile del 1336. “Ho fatto oggi l’ascensione di un altissimo monte di questo paese, chiamato giustamente Monte Ventoso, spinto dal solo desiderio di vedere una così grande altezza” scrive il poeta in una delle sue Lettere familiari indirizzata al padre Francesco Dionisio.
Ventidue anni dopo l’impresa di Petrarca, il cavaliere Bonifacio Rotario d’Asti sale ai 3558 metri del Rocciamelone. Una montagna che domina la Valle di Susa, che appare nelle giornate serene anche da Torino, e che è oggi frequentatissima dagli escursionisti.
Nel trittico in bronzo che Bonifacio Rotario lascia sulla cima, e che oggi è conservato nella Cattedrale di Susa, spicca la scritta Hic me apportavit bonifacius rotarius, civis astensis, in honore. “Qui mi ha portato Bonifacio Rotario, cittadino di Asti, con onore”.
Nella versione ufficiale, si tratta di un ex-voto lasciato da un Crociato al ritorno dalla Terrasanta. Sembra invece che Bonifacio non abbia partecipato ad alcuna Crociata. E abbia invece chiesto l’aiuto della Vergine per combattere contro i Solari, i signori di Asti alleati, all’epoca, con i Visconti di Milano.
Segue di quasi vent’anni la salita del Mont Aiguille l’ascensione (1511) di Leonardo da Vinci al Monboso, l’odierna Cima di Bo, una vetta prealpina di 2556 metri che offre uno splendido panorama sul Monte Rosa. La visione della grande montagna ispira all’artista toscano lo sfondo per la sua Vergine delle Rocce.
Il Cinquecento vede partire in direzione delle vette eruditi svizzeri come Vadianus (Joachim de Watt) che nel 1518 sale lo Gnepfstein, nella catena del Pilatus, e come Johann Rhellicanus (Johann Muller) che nel 1534 sale lo Stockhorn, una modesta cima ai piedi dell’Oberland Bernese.
Conrad Gesner, un professore e botanico di Zurigo che sale lo Gnepfstein e il Niesen, è il primo a teorizzare il valore culturale e il piacere dell’andar per montagne. Fa parte di questo filone il De Alpibus Commentarius, pubblicato nel 1574 da un altro uomo di cultura elvetico, Josias Simler. Il volume elenca con pignoleria tutta svizzera i valichi attraverso le Alpi e i popoli che vivono ai piedi della più importante catena d’Europa.
Intanto, nel 1573, l’ingegnere militare bolognese Francesco de Marchi è salito per ripidi pendii di ghiaia e rocce, “cosa horrenda d’andarvi”, sul Corno Grande del Gran Sasso, insieme a due amici e a tre “chacciatori di camoccie” locali, che gli fanno da guida. Il manoscritto in cui de Marchi racconta l’impresa, una delle prime manifestazioni dell’alpinismo, verrà ritrovato tre secoli e mezzo più tardi.
Sul Mont Aiguille, nel 1992, solenni festeggiamenti celebrano i cinquecento anni trascorsi dall’impresa di Antoine de Ville e compagni. Una targa commemorativa viene installata nel punto in cui la via tracciata dai coraggiosi del 1492 sbuca sull’altopiano sommitale.
Anche Reinhold Messner, lo scalatore più famoso del mondo, sale in quell’estate sul Mont Aiguille. Ripercorre l’itinerario di de Ville e compagni per delle fenditure e dei camini a tratti verticali, con difficoltà che raggiungono il terzo grado. Il re degli “ottomila” è impressionato. E conclude il racconto della sua ascensione al torrione calcareo delle Prealpi francesi salutando Antoine de Ville, animatore e protagonista dell’impresa come “colui che ha aperto all’umanità le porte del mondo verticale”.