Un secolo fa, nel massiccio del Velino, si registra un evento importante. Nella primavera del 1921, un gruppo di soci del CAI di Roma dà il via ai lavori per la costruzione di un rifugio. Per la Sezione è il quinto, dopo il Garibaldi e il Duca degli Abruzzi del Gran Sasso, inaugurati nel 1886 e nel 1908, il Vittorio Emanuele II della Maiella (1890) e l’Umberto I del Terminillo (1901).
I lavori vengono affidati al “cottimista Natale Santucci” di San Potito, e intanto parte la raccolta dei fondi. Il Ministero della Guerra contribuisce con 2.000 lire, le iniziative creative dei soci portano a una festa con ingresso a pagamento a Villa Borghese.
Il giorno dell’inaugurazione, centinaia di escursionisti arrivano in treno a Celano (cinque ore e mezza da Roma), e proseguono a piedi verso Ovindoli e la montagna. Al rifugio, come testimoniano le preziose foto dell’archivio del CAI, l’atmosfera è serena, si festeggia e si brinda. Quel giorno, però, passa alla storia per un altro viaggio in treno, la Marcia su Roma di Benito Mussolini e dei suoi verso la Capitale e il potere.
Qualche mese prima, due delle piccole vette che si affacciano sul rifugio sono state intitolate a Trento e Trieste, le città rese mitiche dalla guerra. Tra il 1929 e il 1934, anche grazie al rifugio, un gruppo di alpinisti romani traccia cinque difficili vie sulla parete Est del Costone, una muraglia di roccia friabile e verticale, che da qualche anno è stata rivalutata.
Vincenzo Sebastiani, romano, classe 1885, merita di essere meglio conosciuto. E’ un ingegnere che si occupa di acquedotti, elettricità e fognature, e che nel 1913 diventa vicecomandante dei Vigili del Fuoco di Roma. Due anni dopo, quando un terremoto devasta Avezzano e la Marsica, partecipa ai soccorsi alla testa dei suoi uomini.
Vincenzo è anche un appassionato sportivo. Nuota, va in bici, percorre l’Appennino in motocicletta. Come alpinista, nel 1911, apre con Gino Bramati una via di secondo e terzo grado sulla cresta Sud del Corno Piccolo, la più bella cima rocciosa del Gran Sasso. E’ tra i primi romani ad appassionarsi allo sci, partecipa a gare a Roccaraso e in altri centri, nel 1913 contribuisce a fondare il Gruppo Romano Skiatori.
Nello stesso anno propone alla Sezione di Roma del CAI di costruire un rifugio sul Velino, probabilmente al Colle del Bicchero. Nel 1915, quando l’Italia entra in guerra, Sebastiani vuole indossare la divisa degli Alpini, ma viene arruolato nei pompieri militari. Nell’estate del 1917 è impegnato a Gorizia, conquistata dagli italiani ma ancora bersagliata dai cannoni austro-ungarici. Il 19 agosto, mentre lavora per spegnere un incendio, l’esplosione di una granata lo uccide. Il comando della Seconda Armata gli assegna una medaglia d’argento alla memoria.
Dopo il ritorno della pace, la Sezione di Roma del CAI celebra i 95 soci su 300 che hanno indossato la divisa, e i molti che non sono tornati a casa. Poi inizia a lavorare al rifugio, che sorge poco sopra il Colletto di Pezza, nel cuore del massiccio, in una zona che si raggiunge da Ovindoli o da Rocca di Mezzo, ma anche da Celano, Torninmparte, Magliano de’ Marsi e Cartore. Sul nome non ci sono dubbi, e infatti viene dedicato a Sebastiani.
Da allora, nella buona e nella cattiva sorte, il piccolo rifugio di pietra accompagna le vicende degli escursionisti e degli scialpinisti abruzzesi romani. Per decenni, per passare una notte quassù, occorre ritirare le chiavi al CAI. Quarant’anni fa, al termine di un restauro impegnativo, il Sebastiani viene dato alle fiamme da ignoti.
Dopo un’altra ricostruzione, le cose cambiano in positivo. Eleonora Saggioro e i suoi amici della cooperativa Equorifugio iniziano a gestire il Sebastiani, per i canonici tre mesi d’estate ma anche in qualche fine-settimana d’inverno.
Negli ultimi anni, all’accoglienza genuina e alla buona cucina, si affianca la cultura, con concerti, presentazioni di libri, manifestazioni culinarie e serate a osservare le stelle. Per chi passa le vacanze a Ovindoli, a Rocca di Mezzo e dintorni, il rifugio diventa una meta da non perdere, come quelli della Valle d’Aosta, della Val di Fassa e di Cortina. Rimangono i problemi, com’è ovvio, dalla mancanza d’acqua in estate al progetto per collegare gli impianti e le piste della Magnola con quelle di Campo Felice, che devasterebbe la zona. Restano cattive le condizioni delle strade sterrate del Piani di Pezza e della Valle Leona, che i Comuni di Rocca di Mezzo e Lucoli non si decidono a sistemare.
Poi, però, il rifugio si trasforma davvero. Tra l’estate e l’autunno del 2020, dopo la grande paura del Covid, il Sebastiani rinasce. Grazie ai fondi della Sezione di Roma e della Sede centrale del CAI, e alle offerte di centinaia di appassionati dei monti, alle vecchie mura di pietra si sovrappone una nuova e confortevole struttura in legno.
I posti per mangiare e dormire raddoppiano, nuovi serbatoi migliorano la situazione dell’acqua, il lavoro dei gestori diventa (giustamente!) un po’ più redditizio e comodo. Ma il luogo e le sue suggestioni restano quelli di sempre. All’alba d’estate, se il cielo è sereno, il primo raggio di sole arriva al rifugio dall’Adriatico.
All’epoca di Vincenzo Sebastiani, sull’Appennino c’erano ancora i pastori e le greggi, e oltre che a piedi ci si spostava a dorso di mulo. I paesi erano più popolati di oggi, ma arrivarci era un viaggio. Agli escursionisti di oltre un secolo fa, però, quei treni a vapore e quelle traballanti corriere sembravano una promessa di futuro.
La Grande Guerra, per molti di loro, quella promessa l’ha spezzata. L’ingegnere e vigile del fuoco romano morto a trentun anni a Gorizia era un atleta e uno sportivo della montagna. Nessuno ci potrà mai raccontare se l’atmosfera del rifugio che tramanda ai posteri il suo nome gli sarebbe piaciuta. Ma è bello pensare di sì.