L’8 agosto di duecentotrentasei anni fa la storia delle montagne cambia per sempre. Alle 18.23 di quel giorno due uomini di Chamonix, il cercatore di cristalli Jacques Balmat e lo studente di medicina Michel-Gabriel Paccard, raggiungono per la prima volta i 4810 metri del Monte Bianco.
A ispirare l’impresa à stato il ginevrino Horace-Bénédict de Saussure, che la ripeterà un anno dopo. A certificarla è il barone tedesco Adolf Traugott von Gersdorf, che osserva i due con un cannocchiale, e annota con precisione teutonica gli orari.
Di quell’ascensione sappiamo quasi tutto. Il premio offerto due anni prima da de Saussure a chi avrebbe trovato una via per la cima, l’attrezzatura più che rudimentale degli alpinisti (alpenstock e scarpe chiodate, niente corda, piccozza o ramponi), la storia dei tentativi dai versanti di Chamonix e St.-Gervais.
Completa il quadro, più tardi, la polemica tra Balmat e Paccard, con il primo (spalleggiato dallo scrittore Alexandre Dumas) che si attribuisce tutto il merito e intasca il premio, e il secondo che viene escluso anche dal monumento di Chamonix (nella foto). Un errore che verrà corretto soltanto un secolo e mezzo dopo.
Ma il vero punto da ricordare è un altro. Nei secoli precedenti, l’uomo si è già spinto più volte ad alta quota. Nel 1336 il poeta Francesco Petrarca sale senza difficoltà sul Mont Ventoux in Provenza. Nel 1492 il capitano francese Antoine de Ville e i suoi “uomini d’arme e di chiesa” scalano le rocce verticali del Mont Aiguille, nelle Prealpi francesi.
Nel Cinquecento vari eruditi svizzeri salgono più volte il Pilatus, lo Stockhorn e altre cime, nel 1511 Leonardo da Vinci sale al “Monboso”, l’odierna Cima di Bo, per osservare il Monte Rosa. Nel 1573 Francesco de Marchi conquista il Corno Grande del Gran Sasso. Queste avventure, però, rimangono degli eventi isolati.
L’ascensione di Paccard e Balmat al Monte Bianco si svolge in un contesto diverso, e ha delle conseguenze importanti per l’Europa e per il resto del mondo. A renderla possibile, oltre all’abilità dei montanari di Chamonix nel muoversi su terreno impervio e ripido, sono la voglia di viaggiare e la curiosità scientifica, che porta molti dei primi alpinisti a portare con sé barometri e termometri.
Al contrario di quelle di Petrarca, Gessner, Leonardo da Vinci, de Ville e de Marchi, la salita del Monte Bianco diventa rapidamente un fatto di costume e un esempio. Dopo il 1815, quando la sconfitta di Napoleone a Waterloo riporta la pace in Europa, l’ascensione da Chamonix ai 4810 metri della cima diventa una variante avventurosa del Grand Tour.
Accanto ai viaggiatori dai gusti sportivi, che salgono (o tentano di salire) alla vetta, molti altri, meno coraggiosi e allenati, ammirano il massiccio dai belvedere del Lac Blanc e del Brévent. E salgono a piedi o a dorso di mulo al Montenvers per vedere da vicino le “glacières”, gli impressionanti ghiacciai che riempiono le alte valli del Monte Bianco.
Grazie a questi viaggiatori, prima soltanto britannici e poi anche di altri Paesi, i montanari più abili, coraggiosi e intraprendenti diventano le prime guide alpine della storia. Negli stessi anni, valligiani e forestieri aprono alberghi e locande, e propongono ai viaggiatori souvenir, escursioni a dorso di mulo e altri servizi.
Nei decenni che seguono, mentre gli aspiranti al “tetto d’Europa” aumentano, arriva la corsa alle altre grandi cime del massiccio (Aiguille Verte, Grandes Jorasses, Mont Dolent…) e delle Alpi, un’epoca simboleggiata dalla tragica conquista del Cervino, avvenuta nel 1865. Le valli alpine, prima povere e remote, diventano delle mete frequentate, e il reddito dei loro residenti inizia a crescere.
Molto più tardi, ormai nel Novecento, arriveranno lo sci e il turismo di massa, con tutti i suoi eccessi che abbiamo sotto gli occhi anche oggi. Ma a Balmat, a Paccard e a de Saussure va il merito di aver fatto diventare di moda le Alpi. Anzi, di aver “inventato” il Monte Bianco, come ha scritto lo storico francese Philippe Joutard. E’ giusto ricordare e festeggiare l’8 agosto. Buon compleanno, alpinismo!