Sono stato due volte a Betlemme, la città della Palestina dove secondo i Vangeli, 2025 anni fa, è venuto al mondo Gesù Cristo. La prima volta, negli anni Novanta, ho trovato una città araba rumorosa e allegra, ingorgata di bus di pellegrini, dove ristoratori e negozianti tentavano di trascinare i passanti nei loro locali. Il dramma dell’occupazione israeliana c’era già, ma la situazione sembrava quasi normale.
La seconda volta, una dozzina di anni fa, tutto era cambiato. Tra Gerusalemme e Betlemme era sorto il “muro di sicurezza” israeliano (nella foto). I controlli per chi andava in Cisgiordania sembravano routine, ma diventavano severissimi in senso inverso. I palestinesi diretti a Gerusalemme Est (pochi chilometri!) per motivi familiari o di lavoro subivano perquisizioni corporali e interrogatori.
A Betlemme, volevo percorrere a piedi il chilometro o poco più che separa la stazione dei bus dal centro, ma ho rinunciato quando un taxista mi ha guardato negli occhi dicendo “sali, i miei figli stanno morendo di fame!”. Mancavano pochi giorni all’Epifania ma in centro non c’era nessuno. I bus dei pellegrini erano spariti, la Piazza della Mangiatoia e la Basilica della Natività erano vuote. Gran parte degli alberghi, dei ristoranti e dei negozi era sprangata.
Adesso è peggio, molto peggio. Certo, strangolare i palestinesi bloccando la loro economia (niente reddito da pellegrini e turisti, niente o quasi per i lavoratori pendolari) può sembrare meno violento e fa uscire meno titoli sui giornali che ucciderli con le armi da fuoco, le mazze ferrate e i bulldozer impiegati dai coloni, protetti dai militari israeliani, contro i contadini della Cisgiordania che raccolgono le olive a casa loro.
La morte per fame, forse, è anche meno crudele di quella sotto ai bombardamenti di Gaza, dove in poco più di due anni hanno perso la vita oltre 70.000 persone, e decine di altre sono state uccise dagli aerei e dai droni nelle prime ore di oggi, il Natale numero 2025 dell’Era Cristiana.
E’ ancora possibile fermare lo sterminio, e trasformare la sopravvivenza dei palestinesi in vita vera? E’ ancora possibile pensare a una convivenza, a uno Stato indipendente (o federato a Israele), alla Pace? La Chiesa cattolica, e le altre Chiese cristiane, ci stanno provando seriamente.
Il cardinale Pierbattista Pizzaballa, patriarca latino di Gerusalemme, nei giorni scorsi si è fermato a lungo a Gaza, e ha trovato “segni di speranza”. Stamattina, prima di celebrare il Natale a Betlemme, si è fermato accanto al muro per dichiarare “dopo due anni di oscurità vogliamo un Natale di luce”. I giornalisti che hanno visitato Betlemme ieri e oggi hanno raccontato di una situazione di speranza, di alberghi e ristoranti aperti, di gioia. Ma può durare? Ma basta?
“Come non pensare alle tende di Gaza, da settimane esposte alle piogge, al vento e al freddo?” ha chiesto oggi, a sé stesso e al mondo, Papa Leone XIV durante la Messa di Natale in San Pietro. Tra pochi giorni, un nuovo regolamento israeliano potrebbe cacciare dalla Striscia Médecins sans Frontières e altre decine di ong, peggiorando in maniera drammatica l’assistenza sanitaria e l’approvvigionamento del cibo.
“In Occidente il Natale è un mercato, una performance di abbondanza, nostalgia e consumismo, una vacanza privata dal suo nucleo teologico e morale” ha scritto ieri su Al Jazeera il reverendo palestinese Munther Isaac, pastore della Chiesa Luterana.
“Per molti, in Occidente, Betlemme – il luogo di nascita di Gesù – è un luogo dell’immaginazione, una cartolina dall’antichità congelata nel tempo. Oggi Betlemme è occupata da mura e checkpoint costruiti da un occupante” continua il religioso palestinese.
“Molte persone si sentono tagliate fuori, non solo da Gerusalemme che non possono visitare, ma dall’immaginazione globale dei Cristiani che venera il passato di Betlemme ignorando il suo presente” continua il religioso. “In questo quadro la Betlemme moderna, con i suoi Cristiani palestinesi che soffrono e lottano per sopravvivere, è una realtà scomoda che dev’essere ignorata”.
L’analisi è spietata ma corretta, e parole analoghe si possono leggere su Haaretz, quotidiano indipendente israeliano, e su +972 Magazine, un sito realizzato congiuntamente da giornalisti israeliani (ebrei e arabi) e palestinesi.
Hanno senso le nostre luminarie, i nostri regali, le nostre abboffate, i nostri viaggi mentre la città e la terra natale di Gesù soffrono in questo modo? Forse, magari tra un anno, ci vorrebbe uno “sciopero del Natale” in tutto il mondo cristiano. Niente luci, niente acquisti, niente pranzi potrebbero aprire gli occhi a chi ci governa, o almeno a qualcuno di loro. Nel 2025, intanto, quello che si celebra in Palestina e a Betlemme non è un vero Natale.
Condivido la testimonianza e il tuo appello finale: aprire gli occhi su una realtà drammatica con uno “sciopero del Natale”.
Perché no?