Seleziona una pagina

Dalla sua morte è passato meno di un secolo, ma della prima guida “ufficiale” della Maiella non è rimasta nemmeno una foto. Non esiste un dagherrotipo ingiallito dal tempo in grado di farci di scoprire il volto di quell’uomo “robusto e dai lunghi baffi”, dal “carattere gioviale” e dalla “compagnia gradevolissima”, che ha accompagnato centinaia di escursionisti sulla Maiella alla fine dell’Ottocento.

Erano altri tempi, quelli di Maiorano. Venuto al mondo nel 1846 a Sulmona, nel Regno delle Due Sicilie, il nostro Falco (che bel nome!) evitò perché troppo giovane l’arruolamento per la guerra contro i Garibaldini e i “Piemontesi” del 1860-‘61, che causò tanti lutti nei borghi e nelle montagne d’Abruzzo.

Più di mezzo secolo dopo, all’entrata del Regno d’Italia nella Grande Guerra, fu l’età ormai vicina ai sessant’anni a evitare a Maiorano il viaggio senza ritorno verso il Carso, l’Isonzo o le Alpi toccato in sorte a migliaia di ragazzi più giovani.    

Tra gli escursionisti e gli alpinisti di quegli anni, ha scritto di Falco Maiorano il professore napoletano Vincenzo Campanile, che lo paragonò per i baffi, se non per l’abilità in montagna, ad Antonio Carrel “il Bersagliere”, protagonista dell’alpinismo sul Cervino. Enrico Abbate, segretario della Sezione di Roma del CAI e autore di guide famose, lo citò in maniera più formale nel suo volume del 1903 dedicato all’Abruzzo. C’erano anche le tariffe: 10 lire l’andata e ritorno in due giorni da Sulmona al Monte Amaro, 15 con discesa a Caramanico, rispettivamente 15 e 20 per gli stessi itinerari d’inverno.

Falco Maiorano, che ha lasciato questo mondo nel 1929, era certamente nel cuore degli escursionisti peligni cinque anni dopo, quando una targa che ricordava il suo nome fu inaugurata dal CAI di Sulmona su una parete del rifugio Vittorio Emanuele II, sui 2795 metri del Monte Amaro. Un edificio che lui stesso aveva contribuito a erigere.

Venne un’altra guerra, il vecchio rifugio fu raso al suolo, con i fondi della ricostruzione post-bellica una nuova struttura, dedicata a Ciro Manzini, fu eretta in Valle Cannella, quasi trecento metri più in basso, all’inizio del vallone che scende a Fara San Martino. La Sezione di Sulmona, dal canto suo, installò nel 1965 sulla cima del Monte Amaro una baracca metallica adibita a bivacco, e la dedicò a Maiorano. La memoria c’era ancora, e pure forte.

Poi la memoria si è rotta, e il motivo, come spesso nella storia, sono stati i soldi. Quando il bivacco Maiorano, nel 1974, fu demolito da una bufera invernale, la Sezione di Sulmona si mise subito all’opera per costruirne uno nuovo, di una forma più resistente al vento.

Ci riuscì nel 1982, ma a quel punto il nome di Falco Maiorano scomparve, e l’edificio fu dedicato a Mario Cesare Pelino, noto industriale dei confetti e padre di Alfonso che all’epoca presiedeva la Sezione. Poi il silenzio totale, fino alle lettere in cui, nell’estate del 2025, l’amico giornalista Lorenzo Grassi, componente del Comitato tecnico-scientifico del Geopark Maiella UNESCO, e Fabio Valerio Maiorano, bisnipote di Falco, hanno chiesto al CAI e al Parco di tornare alla denominazione originaria.

Qualche giorno fa, il 4 settembre, ho raccontato questa vicenda su “Montagna.tv”, dando spazio alle posizioni di Grassi e Maiorano junior, e poi sentendo il direttore del Parco, il presidente regionale del CAI e il sindaco di Fara San Martino, il Comune del versante chietino della Maiella nel cui territorio il bivacco ricade per pochi metri.

Quando scrivo queste righe, l’installazione e l’inaugurazione del nuovo bivacco sembrano lontane qualche settimana. Spero che non si arrivi a litigi e ricorsi, ma non è chiaro se avremo un bivacco Pelino, Maiorano-Pelino o addirittura Carlo Azeglio Ciampi, com’è stato proposto da due autorevoli amici.

Oggi, però, il mio scopo non è di scatenare scommesse, o di ipotizzare nuovi nomi. Mi incuriosisce, e al tempo stesso mi addolora, la capacità degli esseri umani di cancellare dalla geografia e dalla storia dei personaggi che fino a pochi anni prima erano sulla cresta dell’onda.  

Quando ho parlato con Fabio Valerio Maiorano, impegnato a “fare giustizia dell’immeritata damnatio memoriae inflitta a Falco”, lui ha aggiunto una frase piena di amarezza. “Anni fa, qualcuno ha spiegato a mio padre che il nome del bisnonno era stato accantonato perché lui si era rifiutato di contribuire alle spese. Ma nessuno glielo aveva mai chiesto!”

Casi di damnatio memoriae, il modo in cui gli antichi Romani chiamavano la condanna all’oblio, compaiono nella storia delle montagne e dei rifugi solo per motivi politici. Dopo la caduta del fascismo, i due rifugi Mussolini di Forca Canapine e dall’alta Val Fiscalina sono ridiventati rispettivamente Perugia e Zsigmondy-Comici.

Dopo la riscoperta, qualche anni fa, dell’epurazione dei soci ebrei del CAI dopo le leggi razziali fasciste, è stato giusto eliminare Guido Brizio (“Aiace tra i dardi” secondo i suoi tifosi) dalle mappe del Gran Sasso. In Asia Centrale, dov’ero pochi giorni fa, il Pik Kommunizm ha cambiato nome dopo la caduta dell’URSS, mentre il Pik Lenin ha mantenuto il suo nome, non so se per scelta storica o per motivi di marketing turistico.

Sono state pochissime, però, le operazioni di questo tipo che hanno riguardato gli alpinisti, poco importa se cittadini o valligiani. E’ accaduto in Alto Adige/Südtirol, per il rifugio di fronte alle pareti Nord delle Tre Cime, che solo da qualche anno viene indicato come Locatelli-Innerkofler sia dall’Alpenverein Südtirol sia dal CAI. In quella parte delle Alpi, però, i dispetti sulla toponomastica sono iniziati con l’annessione italiana del 1919, e non accennano a finire.      

Sulle Alpi lombarde, dove vari storici rifugi del Club Alpino sono stati ampliati e ammodernati con fondi privati, il vecchio e il nuovo nome sono stati fatti convivere senza problemi. Il rifugio Porro al Ventina (Val Malenco) è diventato Gerli-Porro, il Pizzini ai piedi del Gran Zebrù (Valfurva) è diventato Pizzini-Frattola. Perché sul Monte Amaro non è successo?

Non ho una risposta sicura, tranne che a volte il potere dei soldi travolge tutto. Da innamorato dell’Appennino e dell’Abruzzo, mi viene da pensare che da queste parti, probabilmente, la memoria dell’alpinismo e dei suoi personaggi è più debole che sull’arco alpino.

Pochi anni fa, sul Gran Sasso, non sono stati celebrati i cent’anni della prima assoluta del Paretone (1922) né quelli della prima sciistica del Corno Grande (1923), né tantomeno i novanta dalla prima della Nord del Camicia (1934), il “piccolo Eiger” di casa nostra. La memoria di Francesco De Marchi e della sua ascensione del 1573 è stata rilanciata dal bel film di Luca Cococcetta. Grazie a Pasqualino Iannetti, nel 2019, sono stati restaurati in Val Maone i due cippi che ricordano Paolo Emilio Cichetti e Mario Cambi, vittime di una terribile bufera nel 1929.

Solo una lapide malmessa, ad Assergi, ricorda Giovanni Acitelli, la prima grande guida del Gran Sasso, con all’attivo decine di “prime” estive e invernali. Sul Velino, i pasticci alla toponomastica creati dalla Riserva naturale, da pseudo-storici locali e purtroppo avallati dal CAI, hanno seminascosto l’elegante via del Canalino, che Acitelli salì con quattro clienti romani nel marzo del 1898.   

Ecco, il caso di Falco Maiorano ricorda da vicino quello del suo quasi coetaneo Acitelli. Alcuni sgarbi subiti dalle due illustri guide, come il passaggio della Seconda Guerra Mondiale, erano ovviamente impossibili da fermare. Altri, dai pastrocchi della toponomastica del Velino fino all’inchino davanti ai soldi offerti da una famiglia importante avrebbero dovuto essere affrontati in un altro modo. Senza memoria, o con una memoria sbilenca, non si va da nessuna parte. Vale anche per l’Abruzzo, e la prima vera guida della Maiella.           

In mancanza di un ritratto, ho scelto di illustrare questo scritto con la foto di un gruppo di escursionisti davanti al bivacco Maiorano, che all’epoca non era stato dimenticato. Grazie di cuore a Lorenzo Grassi!