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Quando ero bambino, con i miei, andavo in vacanza a Cogne. Non camminavamo molto, ma ogni estate facevamo una passeggiata verso il Grauson, il solitario vallone che sale a nord del capoluogo. Al ritorno, nel piazzale di Gimillan, trovavamo i ragazzini del paese che vendevano mazzetti di stelle alpine.

I bambini hanno si accorgono di prepotenze e ingiustizie, e infatti i cacciatori mi davano molto fastidio già allora. Raccogliere le stelle alpine, invece, non mi sembrava un vandalismo, ma un semplice tentativo di utilizzare le risorse della valle, come i pascoli, il legname o il ferro delle miniere di Cogne, che in quegli anni stavano ormai per chiudere.

A maggio di qualche anno fa, alla fine delle restrizioni del Covid, ho passato qualche ora nei boschi della Camosciara insieme al guardiaparco e ai carabinieri forestali del Parco d’Abruzzo, Lazio e Molise. Sono stati loro a mostrarmi, a pochi metri dal torrente, le gabbiette che proteggevano dei magnifici esemplari di scarpetta di Venere, una elegante orchidea selvatica. U

no spettacolo triste, certamente. I miei accompagnatori mi hanno spiegato che le gabbie servivano a proteggere i fiori dal bestiame al pascolo. Nessuno ha parlato di visitatori “selvaggi” che avrebbero potuto coglierle, ma ho avuto l’impressione che anche quel problema esistese.

Ieri, sul sito del “Corriere del Veneto”, le pagine locali del “Corriere della Sera”, ho scoperto la storia delle stelle alpine “in gabbia” accanto al rifugio Vandelli al Sorapiss, un’icona delle Dolomiti venete.

“Il rifugio Vandelli è come casa mia. Ci vivo e ci lavoro in estate da ventisette anni e queste stelle alpine mi fanno compagnia da quindici. Fino alla scorsa primavera erano cinque, poi ne sono sparite due. Per questo ho deciso di proteggerle con una gabbia metallica” ha spiegato Emilio Pais Bianco, il gestore, al collega Dimitri Canello.

“Non riesco a capire come sia possibile rubare delle stelle alpine. Il rifugio è chiuso da fine settembre, e non mi hanno lasciato scelta. Le ho sigillate con una gabbia metallica, fanno parte del luogo e del posto, sono una meraviglia della natura e come tale va rispettata. Non avrei mai pensato che un giorno sarei stato costretto a fare una cosa simile” ha concluso il rifugista.

So bene che il rifugio Vandelli, insieme al vicinissimo Lago del Sorapiss, è uno dei luoghi delle Dolomiti più presi d’assalto dal dilagante “escursionismo dei social”. Come per le Tre Cime, per il Secëda e per molti altri luoghi dei “Monti Pallidi”, il numero dei visitatori è cresciuto in modo impressionante negli anni. Al Sorapiss, non frena l’assalto la lunghezza del sentiero (un paio d’ore) e il fatto che include facili tratti attrezzati e cenge esposte.

Non ne posso più sulle lamentazioni (spesso sacrosante, sia chiaro!) contro il “turismo cafone” che danneggia rifugi, fiori, sentieri e quant’altro. Mi dà fastidio l’abuso della parola “turista”, spesso usata anche da chi con il turismo ci vive, e che serve a guardare dall’alto in basso chi ha investito tempo, passione e denaro (molto, se si va sulle Dolomiti) per visitare un territorio.

L’immagine delle stelle alpine chiuse in gabbia, però, mi ispira una tristezza infinita. Dopo aver tolto orsi e leoni dalle orribili gabbie degli zoo, siamo costretti a mettere sotto chiave i fiori. E poi dicono che l’umanità va avanti…