Le Alpi, soprattutto quelle di lingua tedesca, sono piene di strade a pedaggio, da frequentatissime arterie asfaltate come quella del Grossglockner fino a stradine d’interesse locale che conducono verso malghe o rifugi, o consentono di abbreviare i percorsi per raggiungerli a piedi. In molti casi, dentro e fuori dai Parchi, il sistema comprende un “tetto” massimo agli ingressi.
Nel nostro amato Appennino, tra Lazio, Abruzzo e dintorni, non funziona così. In molti luoghi gli escursionisti, per raggiungere l’inizio dei sentieri, sono costretti a percorrere in auto delle strade sterrate in condizioni precarie e pericolose per i loro veicoli, o a sobbarcarsi gli stessi percorsi a piedi, camminando per ore e ore sotto al sole.
Tra i casi più evidenti sono i due accessi ai sentieri del rifugio Sebastiani al Velino (Piano di Pezza ed ex-miniera di Valle Leona), la strada della Valle del Charino (Gran Sasso), la sterrata per la miniera abbandonata ai piedi del Monte Camicia (ancora Gran Sasso), quella che sale al Guado Sant’Antonio (Maiella), il tracciato che conduce da Camerata Nuova al Piano di Camposecco (Parco dei Monti Simbruini).
Complicano le cose il fatto che i residenti dei paesi di montagna dispongono quasi sempre di fuoristrada, e quindi non si preoccupano del problema, che alcune strutture turistiche in zona danno spesso informazioni sbagliate, come accade sul Piano di Pezza. E che alcuni escursionisti iperallenati, trasformati in autori di guide, invitano tranquillamente i loro lettori ad aggiungere molti chilometri a piedi ai loro percorsi, anche con il caldo torrido dell’estate.
Sembra evidente che, in più casi, i Parchi nazionali e regionali dell’Appennino utilizzino le cattive condizioni delle strade di accesso ai sentieri come strumento per scoraggiare l’accesso, riducendo il numero di escursionisti in alcune zone. Ma su questo problema, come sulla deliberata chiusura e della riduzione del confort di alcuni rifugi e bivacchi, anch’esso per ridurre l’afflusso, occorrerà tornare in futuro.
Ieri, 5 agosto 2026, ho avuto il piacere di sperimentare una soluzione alternativa. In territorio di Pereto, a pochi chilometri dal casello di Carsoli-Oricola della A24, il Comune ha investito delle risorse preziose nella manutenzione della lunga strada prima asfaltata e poi sterrata che sale verso la montagna, e che in alto si divide in più tracciati.
Pagando un modico pedaggio (5 euro a veicolo!), sia online nei giorni precedenti, sia all’arrivo in uno dei due bar del paese, è possibile salire comodamente verso al pianoro di Camposecco o verso il Piano Morbano e San Mauro, e iniziare a camminare da lì evitando il caldo torrido delle basse quote.
Chi preferisce andare a piedi può farlo, almeno nel caso di Camposecco, utilizzando un sentiero segnato che taglia le svolte della strada e consente di non condividere il percorso con le auto.
E’ possibile applicare una soluzione come questa anche a Calascio, Rocca di Mezzo, Lucoli, Caramanico Terme e Camerata Nuova, che tra l’altro è dirimpettaia di Pereto? Sarebbe interessante parlarne. Intanto complimenti e grazie a Giacomo Sciò, sindaco di Pereto, e alla sua Amministrazione comunale.
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