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La più bella placca rocciosa del Gran Sasso si alza nel cuore della parete Est del Corno Piccolo, di fronte al rifugio Franchetti e al sentiero più frequentato del massiccio. Alta centocinquanta metri o giù di lì, tagliata nella parte sinistra da una fascia di strapiombi scuri, questa gigantesca pietra levigata culmina nella vetta della montagna. Ai suoi piedi, uno zoccolo di roccia solo a tratti solida precipita verso il Vallone delle Cornacchie e le sue ghiaie.

Oggi, su quella placca, corrono una dozzina di vie. L’elenco dei loro apritori include alcuni dei migliori arrampicatori moderni del Gran Sasso, dai romani Paolo Caruso (quattro vie!) e Gigi Mario agli abruzzesi Giampiero Di Federico, Enrico De Luca e Pasquale Iannetti. La brevità degli itinerari, la possibilità di scendere velocemente in corda doppia, la vicinanza al rifugio favoriscono da anni i concatenamenti di più vie. Qualche decennio fa, ovviamente, le cose erano molto diverse. 

Primo a toccare la roccia del Monolito, nel 1922, è un grande nome dell’alpinismo romano. Due giorni dopo aver superato per primo il Paretone, Enrico Jannetta affronta la parete Est del Corno Piccolo insieme a Michele Busiri e Giulio Tavella. Com’è logico, lo fa per la via più facile, la spaccatura di rocce friabili a sinistra della grande placca. Alla fine, però, Jannetta lascia la sicurezza e i massi traballanti della gola, e affronta direttamente una fessura che incide le placche compatte. Le difficoltà sono di terzo e quarto grado.

Per gli Aquilotti di Pietracamela, signori del Gran Sasso negli anni Trenta, il Monolito – così si chiama oggi la grande placca – non è ancora un problema da risolvere, mentre lo sono la Crepa, i Pulpiti della Vetta Centrale e altre architetture rocciose del massiccio. A considerarlo una possibile meta, per primo, è invece il migliore alpinista abruzzese del dopoguerra.

Andrea Bafile, aquilano, osserva molte volte la parete dalla Sella dei Due Corni, base per le sue amate Fiamme di Pietra, e dal bivacco che ha costruito tra i massi e le ghiaie ai piedi del ghiacciaio del Calderone. Una notte d’estate del 1949, mentre aspetta con l’amico Fredi Mallucci la corriera che deve riportare quest’ultimo da L’Aquila a Roma, disegna su un pezzo di carta, con la sua mano sicura di ingegnere, due grandi vie ancora da fare sulla parete Est del Corno Piccolo.

Una passa a destra della Crepa, la spaccatura salita sedici anni prima dagli Aquilotti. L’altra risale il Monolito. La famiglia e il trasferimento a Firenze, però, impediscono a Bafile di metter mano alle vie che ha scoperto da lontano.

Nella medesima estate, insieme a Giuseppe Micarelli, osserva il Monolito dal basso Paolo Consiglio, uno dei migliori alpinisti romani del momento. I due affrontano la Est per una via nuova, ma lo fanno senza grandi ambizioni. Senza raggiungere la base della grande placca, imboccano il secondo canalone a sinistra della cima.

Il risultato è un itinerario tra il secondo e il terzo grado, su roccia francamente orribile. “Il fondo del canalone era riempito di blocchi enormi, e si arrampicava su questi a qualche metro di distanza dalla roccia solida” racconta Consiglio. “Quando battevamo un chiodo si sentivano strani gorgoglii, e poi alcuni sassi uscivano da invisibili pertugi qualche metro al disotto di noi. Avevamo la sensazione di essere su un fiume ripieno di tronchi galleggianti sospinti dalla corrente, e noi saltanti da un tronco all’altro, con la paura di farli rivoltare”.

In quegli anni, tra abruzzesi e romani, non esiste competizione. E’ lo stesso Bafile, qualche anno più tardi, a suggerire il Monolito e la evidente linea che sale a destra della Crepa a Paolo Consiglio, che risponde proponendo un tentativo insieme. Ma Andrea vive a Firenze, è molto impegnato con il lavoro, ha “una bambina di pochi mesi e un secondo figlio in costruzione”, e la proposta di Paolo non ha seguito.

I due problemi individuati dall’ingegnere aquilano vengono risolti, nell’estate del 1956, da una nuova e agguerrita cordata romana. Il 29 luglio, dopo un tentativo fallito, Franco Cravino e Silvio Jovane salgono la Via a destra della Crepa, un itinerario di quarto e quinto grado che è ancora oggi tra i più classici e frequentati del massiccio. A respingere i due alpinisti la prima volta, sullo strapiombo che interrompe a due terzi di altezza la via, è la mancanza di un chiodo abbastanza largo.

I due ridiscendono in corda doppia, una volta a Roma Jovane si fabbrica da solo un chiodo dalle proporzioni gigantesche, poi torna insieme all’amico sul Corno Piccolo, raggiunge ancora una volta lo strapiombo e lo supera piantando il chiodo fatto in casa nella fessura. Un’ora dopo, dopo aver risalito un facile canale e l’ultimo, facile tratto della cresta Nord est, i due amici si stringono la mano sulla cima.

Franco Cravino, tra i migliori arrampicatori romani di quegli anni, ha una passione per l’arrampicata solitaria. Tre anni dopo, nel 1959, percorrerà in velocità e senza corda l’intero anello delle creste intorno al Vallone delle Cornacchie, iniziando per la cresta Nord dell’Orientale, e terminando per la cresta Nord est del Corno Piccolo, percorsa ovviamente in discesa. Sul percorso è anche il celebre passaggio di sesto aperto da Gervasutti sulla Punta dei Due.

Gran parte dell’attenzione di Silvio Jovane, in quegli anni, si concentra invece sul Paretone. Il meno borghese degli alpinisti romani di quegli anni (“Silvio era un hippy ante-litteram” racconta con affetto il suo vecchio amico Cravino) raggiunge con degli interminabili viaggi in moto Casale San Nicola, prosegue verso la grande parete, la risale studiando e battezzando i suoi elementi più belli, dai quattro Pilastri alla Farfalla.

Una sera d’inizio ottobre, però, invece che verso Isola del Gran Sasso e Casale, la sua Triumph sale a Pietracamela, la base per il Corno Piccolo. A bordo, oltre a Silvio, sono l’inseparabile Franco Cravino e due zaini pieni di corde e di chiodi. Il tempo è bello, ma le sere di ottobre sono fredde. Quando i due arrivano sono completamente intirizziti. Ad aspettarli in piazza c’è l’unica guida alpina – anzi, l’unico alpinista, in quegli anni – del paese. Si chiama Lino D’Angelo, ha trentacinque anni, e all’inizio di luglio ha ottenuto l’agognato brevetto.

Come molti giovani della sua generazione (è nato nel 1921), Lino è stato gettato da Mussolini nella fornace della Seconda Guerra Mondiale. Tra il novembre del 1942 e la primavera del 1943, dopo la sconfitta di El Alamein, ha traversato il Nordafrica a piedi fino a Tunisi. Qui è stato fatto prigioniero e portato su una nave in Gran Bretagna, dove ha lavorato per quasi tre anni in fabbrica. Finalmente, nel 1946, è tornato a Pietracamela.

Nell’agosto del 1956, per la prima volta, Lino D’Angelo si lega in cordata con i migliori alpinisti romani del momento. A fine luglio, insieme a Bruno “Dado” Morandi che ha conosciuto al corso guide che si è tenuta da poco sul massiccio abruzzese, vince la Via dei Pulpiti della Vetta Centrale, uno dei capolavori di Antonio Giancola. A fine settembre, arrampicando con Silvio e suo fratello Piero Jovane, studia nei dettagli il Monolito. “Mentre l’inizio ci sembrò fattibile, la parte alta ci lasciò molti dubbi” scriverà D’Angelo nelle sue memorie.

Una settimana più tardi, com’è giusto, Silvio Jovane e Franco Cravino invitano Lino a partecipare al tentativo. In quegli anni, ai Prati di Tivo, non esistono impianti di risalita. Anche la costruzione del rifugio Franchetti, sul dosso che divide in due parti il vallone, inizierà solo due anni più tardi.

I tre alpinisti, curvi sotto ai loro pesanti zaini, salgono per ghiaie e prati fino alla Pietra della Luna, entrano nel Vallone delle Cornacchie, risalgono per un sentiero sulle ghiaie fino alla base delle rocce, sulla verticale del Monolito. Sui ghiaioni di fondovalle c’è già neve, ma la roccia verticale è pulita. Facili rocce li conducono alla cengia ai piedi della parete compatta. Sono le nove del mattino.

Il primo tiro di corda della nuova via percorre una impegnativa fessura che i ripetitori di oggi evitano per una rampa facile, e che conduce a un buon terrazzo. Sopra ai tre alpinisti si alza ora un diedro verticale, chiuso da un grande tetto triangolare, a sinistra del grande strapiombo che taglia la parete del Monolito.

Qui passa in testa Lino D’Angelo, l’ospite della cordata romana, che sale in libera fino alla base del tetto, e lo aggira in artificiale per una fessura strapiombante. “Era la prima volta che salivo su una staffa, e sentivo il cuore più leggero del solito” scriverà la guida di Pietracamela.

Franco Cravino, dal basso, scatta qualche fotografia all’amico. “Armato di sola buona volontà cerco di fissarne le immagini su una pellicola fotografica, la quale però si rifiuta di assoggettarsi alla mia imperizia” scrive su L’Appennino, il bollettino della sezione romana del CAI. “Miglior risultato ottiene la barba accurata che io e Silvio facciamo alla parete per toglierne via i chiodi che è stato necessario usare. Oltre il tetto, un diedro senza problemi e un salto verticale portano ai piedi dell’altro passaggio-chiave della via.

Qui la fessura che incide sulla sinistra il Monolito si raddrizza, e diventa via via più strapiombante. Oggi molti alpinisti, con dei buoni chiodi già infissi, superano questi quaranta metri in libera. La prima volta, in scarponi, le cose non sono così facili. Silvio Jovane, che di chiodi se ne intende, impiega due ore per superare quel tiro, alzandosi un chiodo dopo l’altro. In alto, dove lo strapiombo si accentua, confessa ai compagni di essere stanco, e di aver voglia di rinunciare.

Lino e Franco, dal basso, lo incitano a continuare, anche perché “una lunga striscia nera, niente affatto rassicurante, annuncia dall’Adriatico che la montagna ha chiamato a sua difesa un po’ di tempesta”.  Qualche fulmine, laggiù verso il mare, rende la situazione preoccupante.

Poi Silvio trova la soluzione. Lascia la fessura dove le difficoltà aumentano, urla agli amici di prepararsi a tenere un volo, si sposta a destra riuscendo a piazzare, in dei microscopici buchi, due dei suoi chiodini fatti in casa. Esce dallo strapiombo, continua per qualche metro, raggiunge un terrazzo. Quando urla ai compagni di salire, anche la preoccupazione per il maltempo che si avvicina svanisce.

Anche con una corda davanti, nel diedro, Lino e Franco devono faticare non poco. D’Angelo, che arrampica per la prima volta in artificiale, complica le cose per Cravino sganciando la corda da tutti i chiodi. Crede di semplificargli le cose, ma l’amico è costretto a salire rischiando, in caso di volo, di pendolare a destra fuori via. Qualche moccolo, però, non può rovinare un’amicizia.

E’ Franco Cravino, alla fine, a proseguire da capocordata verso la cima. Qui la parete del Monolito è incisa da una buona fessura, che non offre difficoltà superiori al quarto grado. Basta mezz’ora, e i tre amici si abbracciano accanto alla croce di ferro della cima. Sono arrivati quassù molte volte, “ma stavolta è un abbraccio un po’ commosso, e tanto tanto felice” annota Cravino. Lino preferisce ricordare una giornata dell’estate appena conclusa, quando ha condotto fino in vetta sua figlia Annamaria, di quattro anni.   

Il tempo di mangiare un boccone e poi giù, per i facili canali che si aprono a destra della Spalla. Quando arrivano ai Prati di Tivo la tormenta raggiunge le cime del Gran Sasso, quando la Triumph si rimette in moto i primi fiocchi iniziano a cadere su Pietracamela e sulla strada, e sui tornanti che scendono verso il Vomano Silvio Jovane deve guidare con cautela.

Tornati nella Capitale, i due alpinisti scrivono la relazione della via. Parlano di difficoltà estreme, in libera e in artificiale. E’ bello, che sul primo itinerario di questo tipo mai tracciato sul Gran Sasso, ci sia la firma di due romani e un abruzzese.    

   

Da Giorni Verticali di Stefano Ardito, Versante Sud 2014.

Nella foto di Franco Cravino, Lino D’Angelo (a destra) e Silvio Jovane in cima al Corno Piccolo dopo la salita.