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Prima di salutare il Monte Amaro, ci tengo a raccontare una piccola storia privata. La Maiella e la sua cima più alta, più di mezzo secolo fa, mi hanno regalato un’emozione che ha segnato la mia vita. Nel luglio del 1967 avevo tredici anni, ero uno scout, ero in campeggio a Fonte Romana, tra Campo di Giove e la Maiella.

Una mattina un capo con qualche anno più di noi ha proposto a me e ad altri due ragazzi di salire sul Monte Amaro. Siamo partiti nel pomeriggio, salendo per ore nel bosco, chini sotto a degli zaini pesanti. Oggi lo stazzo di Fondo di Maiella è un rudere seminascosto dalle ortiche, allora c’erano ancora i pastori e le greggi.

Lo abbiamo raggiunto al buio, i cani sono arrivati ringhiando, ci hanno fatto una paura tremenda. Poi i pastori li hanno richiamati, ci hanno rifocillato, ci hanno offerto un bicchiere di vino. Un po’ per quel Montepulciano d’Abruzzo (a tredici anni!), un po’ per l’emozione e la stanchezza, ricordo con meno dettagli quel che è successo più tardi, ma le sensazioni forti sono ancora dentro di me.

L’interminabile salita al buio per le ghiaie del vallone, il vento incessante, la notte all’addiaccio, nei sacchi a pelo e senza tenda, sull’altopiano di Femmina Morta. Poi la luce accecante del mattino, il riflesso del sole sull’Adriatico, un vento ancora più forte ma tiepido, gli ultimi passi verso la cima e il bivacco.

Lassù, il nostro capo e amico ha regalato a ognuno di noi un biglietto con qualche riga delle Confessioni di Sant’Agostino. “Eppure gli uomini vanno ad ammirare le vette dei monti, le onde enormi del mare, le correnti amplissime dei fiumi”.

Quel giorno, in cima al Monte Amaro, mi sono innamorato del vagabondare per monti e dell’Abruzzo. E’ una passione che dura anche oggi, che ha contribuito a far nascere questo e tanti altri libri. Un amore che ha una forza speciale sulla Maiella, dove la storia va avanti, ma lo spirito di monaci, pastori e briganti c’è ancora.