“Le montagne hanno il loro calendario, e in questo momento il Manaslu ci sta chiedendo di fermarci. La cima resta lì, la nostra gente è più importante”. Queste parole di Chhang Dawa Sherpa, direttore dell’agenzia Seven Summit Treks, hanno messo fine alla stagione alpinistica sul Manaslu, 8163 metri, l’ottava montagna per quota della Terra.
Chhang Dawa ha postato la sua frase sui social martedì 22 settembre, ma la decisione era stata evidentemente già concordata tra le agenzie. Nelle ore successive, anche 8K Expeditions, Imagine Nepal Treks, Elite Exped, Asian Trekking, Pioneer Adventure e Satori Adventures hanno deciso di rinunciare.
Gli elicotteri che riportano verso Pokhara e Kathmandu gli alpinisti hanno iniziato a volare subito, anche perché il meteo è in rapido peggioramento, e tra il 24 e il 27 settembre una perturbazione in arrivo dal Golfo del Bengala dovrebbe bloccare per diversi giorni tutti i voli, accumulando sul Manaslu da due a tre metri di neve fresca e rendendo impossibile qualunque attività lungo la via di salita.
Il Manaslu, com’è noto, ha una via normale relativamente facile, ma molto esposta alle valanghe. Nel settembre del 2012, una slavina che ha investito nella notte il campo 3 è costata la vita a tredici alpinisti, tra i quali l’italiano Alberto Magliano.
Nei giorni scorsi, ancora al campo 3, un distacco ha causando la morte dell’alpinista tedesco di origine indiana Dhruba Jyoti Guha e della sua guida Phursemba Sherpa, portando a quattro il numero delle vittime della stagione. Continuare a ogni costo, anche attendendo il ritorno del bel tempo, avrebbe esposto Sherpa e clienti a fortissimi rischi.
La scelta di rinunciare è stata condivisa dai due alpinisti italiani impegnati nei giorni scorsi sul Manaslu. “Ho visto e capito le reali condizioni della montagna. Molto, molto pericolose” ha scritto in un post Simone Moro, che ha poi ribadito il concetto in un’intervista a sito Mountainblog.
“È sempre tempo di imparare e insegnare a ‘fallire’, anche di rinunciare se necessario per sopravvivere e diventare un vincitore a lungo termine”. “La vita è troppo bella per essere sprecata in una gara per pochi minuti di gloria a carissimo prezzo”. “Voglio salire il Manaslu, non morire sul Manaslu” ha concluso Simone.
“L’acclimatazione era completata, avevo raggiunto circa 7.000 metri ed ero pronto. Poi le forti nevicate di sabato e domenica hanno cambiato tutto” scrive invece Andrea Lanfri. “La montagna non si sfida, si rispetta. E questa volta rispettarla per me, significa fermarsi. La cima può aspettare. Io torno a casa. Uno dei miei obiettivi era fare esperienza. Direi che ne ho fatta parecchia”.
“Ieri molti team hanno portato I loro clienti verso i campi 2 e 3. Erano salite “turistiche”, per far vedere quanto fossero pericolose le condizioni” ha raccontato lunedì 21 la guida statunitense Luke Smithwick ad Angela Benavides di ExplorersWeb.
Certo, sorprende notare che sul non lontano Dhaulagiri, 8167 metri, le spedizioni commerciali, invece che di tornare subito a casa, hanno deciso di fermarsi e attendere, per verificare le condizioni della neve al momento del ritorno del bel tempo.
Su questa montagna, però, gli alpinisti in attesa di salire sono solamente 34, mentre altri 20 hanno già raggiunto la cima. Numeri molto diversi dai 493 clienti impegnati fino ai giorni scorsi sul Manaslu, accompagnati da circa 500 Sherpa e guide di altre etnie nepalesi.
Le agenzie, quest’anno, puntavano a superare il record di 659 persone arrivate sulla cima del Manaslu nel 2025. Invece la montagna, il meteo e il buonsenso degli operatori hanno deciso in un altro modo, e si tratta anche di una buona notizia. Anche le esigenze del business, però, hanno contato e contano.
Come ricorda il quotidiano online nepalese The Tourism Times, “negli ultimi anni, per ottimizzare le risorse umane, gli operatori hanno abbreviato la stagione alpinistica sul Manaslu, che si conclude nei primi giorni di ottobre. A metà del mese, qualunque sia il meteo, gli Sherpa ripartono per l’Ama Dablam e altre montagne più basse”.
Quest’anno, prosegue il quotidiano di Kathmandu, le agenzie promuovono soprattutto l’Himlung, 7126 metri, anche perché il governo del Nepal, dall’anno scorso, ha annunciato di voler rendere obbligatorio il successo su un “settemila” per ottenere un permesso per l’Everest.
“La sicurezza è essenziale, e rinunciare è stata la scelta giusta” commenta la collega Angela Benavides su ExplorersWeb. “Non è chiaro, però, se la situazione è così grave da giustificare la chiusura completa della stagione per i 493 alpinisti, ognuno dei quali ha pagato 3.000 dollari per il permesso e circa 25.000 dollari per l’intera spedizione. Non è chiaro nemmeno se una parte di queste cifre verrà restituita dopo una cancellazione così rapida”. Una domanda che meriterebbe una risposta.
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